I bambini sumeri furono i primi ad avere un’istruzione in vere e proprie scuole. Per scrivere incidevano tavolette d’argilla con una cannuccia.
I bambini egizi più ricchi e fortunati, frequentavano le lezioni al tempio, per diventare uno scriba.
Si imparava innanzitutto a leggere e a scrivere, poi la matematica, che era importante per uno scriba e fondamentale per diventare architetti, geometri o astronomi.
Ogni bambino aveva davanti a sé un foglio di papiro e tutto l’occorrente per scrivere: un pennello di canna e due panetti d’inchiostro rosso e nero. 
Il passatempo assai diffuso fra i bambini era la lotta libera, che forse serviva anche da esercitazione di tipo militare.
Fra i giocattoli si sono conservate statuette di legno e palle di cuoio.
Per il piccolo ateniese il primo maestro era il pedagogo. Questi, spesso uno schiavo, accompagnava il bambino a scuola e lo aspettava fino al momento dell’uscita.
Per scrivere l’alunno incideva, con un punteruolo o uno stiletto, le lettere su una tavoletta ricoperta di cera, che poteva essere cancellata e riutilizzata; talvolta era usato un foglio di papiro, sul quale si scriveva con l’inchiostro.
Per essere maestri non era richiesto come oggi, uno studio particolare: bastava saper leggere e scrivere. La lettura, sempre ad alta voce, era molto difficile: infatti le frasi non avevano la punteggiatura e le parole venivano scritte unite fra di loro. Massima era la disciplina nelle scuole ateniesi. Il mese di Anthesterion, corrispondente al nostro febbraio, era il
periodo dell’anno preferito dagli alunni: tantissime erano le feste, un po’ come le nostre vacanze estive. Mancava però nelle scuole ateniesi il giorno corrispondente alla nostra domenica, il giorno di riposo.
Da questa pittura su una coppa antica del VI secolo a.C. possiamo vedere che oltre a leggere e a scrivere, gli alunni imparavano matematica e musica.
Tra i giochi, ad Atene, i più diffusi erano la palla e i dadi.
Durante le feste si compèravano le bambole di terracotta e giocattoli che spesso rappresentavano animali. Ma come si vede in molti vasi greci ritrovati, i bambini amavano giocare anche con animali veri: oche, cani, gatti, rane e persino topi e donnole.
Frammento di un vaso a figure rosse di origine greca del V secolo a.C., nel quale è raffigurata una fanciulla su un’altalena.
Presso i romani, i primi insegnamenti venivano impartiti, ai figli maschi di famiglie benestanti, da un maestro privato che per un modesto compenso insegnava a leggere e scrivere. Si faceva lezione in modesti locali o anche all’aperto. L’arredamento della scuola era semplice. Di regola non vi era il banco né per il maestro, né per gli allievi: il maestro stava seduto su una sedia con spalliera, gli scolari su sgabelli tenendo in mano le tavolette su cui scrivevano. L’anno scolastico cominciava a marzo e durava circa otto mesi, con una vacanza nei mesi estivi. L’orario scolastico era di sei ore: le lezioni cominciavano di buon mattino, venivano interrotte verso mezzogiorno, quando i ragazzi tornavano a casa per il pranzo, e venivano riprese nel pomeriggio.
I maestri non esitavano a punire i loro scolari con colpi di bacchetta o di frusta sulle mani.
Immagine di un bassorilievo in cui è rappresentato un momento di vita scolastica nell’antica Roma.
Gli schiavi greci introdussero a Roma molti giochi: mosca cieca, l’altalena, l’aquilone, l’acchiapparello.
A Roma le strade, le piazze e i vicoli erano rallegrati dalle voci dei bambini che giocavano a palla,con la trottola o si divertivano a trascinare rudimentali carrettini
(a sinistra) Ragazzi che giocano con la palla, da un affresco di Pompei.
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