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I
prodotti delle classi anno
scolastico 2006-2007
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Uno sguardo sul presente: il diritto d'asilo e il fenomeno dei rifugiati in Italia
Lo studio dei processi migratori che hanno modificato la fisionomia dell’Europa nel passaggio dal tardo-antico al Medioevo, ci ha consentito di effettuare alcune valutazioni sull’attuale situazione dell’Unione europea che da alcuni decenni è chiamata ad affrontare i problemi posti sul piano giuridico e sociale dalla massiccia presenza di immigrati che giungono da tutto il mondo, non sempre in modo legale, nella speranza di una vita migliore.
A tale proposito, non si può fare a meno di cogliere alcune fondamentali differenze tra passato e presente:
IMPERO ROMANO |
UNIONE EUROPEA |
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Migrazioni ARMATE che violano i confini |
Migrazioni DISARMATE che violano i confini |
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Stesse cause: fame, miseria, persecuzioni politiche, squilibrio demografico ed economico |
Stessa accoglienza: sospetti, timori, pregiudizi, risentimenti, xenofobia |
I nuovi migranti dunque, rispetto ai guerrieri barbari dell’antichità non si muovono armati ma, come questi, tentano di sfuggire alle difficili situazioni di vita, sul piano politico o/economico, esistenti nel proprio paese d’origine. Inoltre, così come accadde anche ai guerrieri germanici, anche i moderni migranti suscitano diffidenza e risentimenti, in quanto visti come potenziali sovvertitori dei nostri equilibri sociali e culturali.
Questo clima di sospetto, che si sta diffondendo pericolosamente in Italia e in tutta l’Europa, costituisce un grave pericolo per la convivenza civile, oltre che una grave violazione dello spirito della nostra Costituzione, contraria a ogni discriminazione sociale e razziale. Per contenere dunque il dilagare di atteggiamenti xenofobi è necessario non solo che le istituzioni favoriscano nel pieno rispetto delle leggi dello stato democratico l’integrazione degli extracomunitari nel nostro paese, ma che si mobilitino a tal fine tutti gli usuali strumenti della vita civile: l’informazione, la critica, il dibattito, l’impegno personale.
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Un primo luogo comune da sfatare è quello relativo alla presunta omogeneità del fenomeno dell’immigrazione contemporanea; in realtà, un’analisi attenta degli stranieri che raggiungono il nostro paese dimostra che non solo le provenienze geografiche sono estremamente diversificate, ma anche “le motivazioni, gli obiettivi personali per cui sono arrivati e partiti, le precondizioni storiche che hanno fatto da contesto alla loro migrazione, le caratteristiche demografiche e sociali” (cf. A. COLOMBO – G. SCIORTINO, Gli immigrati in Italia. Il Mulino, Bologna 2007, p. 11). Una differenziazione che spesso si annulla anche a causa della confusione con la quale vengono utilizzate parole che, in realtà, fanno riferimento tra di loro molto diverse. Bisognerà pertanto distinguere tra:
Richiedente asilo |
rifugiato |
sfollato interno |
profugo |
clandestino |
migrante |
extracomunitario |
Colui che è fuori dal proprio paese e inoltra, in un altro stato, una domanda di asilo per il riconoscimento dello status di rifugiato. La sua domanda viene poi esaminata dalle autorità di quel paese. Fino al momento della decisione in merito alla domanda egli è un richiedente asilo |
Colui che è fuori dal proprio paese e inoltra, in un altro stato, una domanda di asilo per il riconoscimento dello status di rifugiato. La sua domanda viene poi esaminata dalle autorità di quel paese. Fino al momento della decisione in merito alla domanda egli è un richiedente asilo |
Colui che abbandona la propria abitazione per gli stessi motivi del rifugiato, ma non oltrepassa un confine internazionale, restando dunque all’interno del proprio paese. In altri contesti, si parla genericamente di sfollato per indicare chi sfugge anche a causa di catastrofi naturali |
Termine generico per indicare chi lascia il proprio paese a causa di guerre, persecuzioni o catastrofi naturali |
Termine con il quale-spesso in modo dispregiativo-soprattutto i media usano indicare il migrante irregolare, cioè chi, per qualsisai ragione, entra irregolarmente in un altro paese. A causa della mancanza di validi documenti di viaggio, molte persone in fuga da guerre e persecuzioni giungono in modo irregolare in un altro paese, nel quale poi inoltrano domanda d’asilo |
Termine generico che indica chi sceglie di lasciare il proprio paese per stabilirsi, temporaneamente o definitivamente, in un altro. Tale decisione, che ha carattere volontario anche se spesso è indotta da misere condizioni di vita, dipende generalmente da ragioni economiche, avviene cioè quando una persona cerca in un altro paese un lavoro e migliori condizioni di vita |
Persona non cittadina di uno dei paesi che attualmente compongono l’Unione europea, ad esempio uno svizzero |
Da quanto emerge dallo schema, appaiono dunque chiare le peculiarità che caratterizzano la categoria dei rifugiati; ciò che infatti caratterizza la loro condizione è l’assenza di un progetto migratorio e addirittura l’assenza di una precisa volontà di lasciare il proprio paese. Sino al 1990, l’Italia riconosceva come potenziali richiedenti asilo solo i cittadini provenienti dal blocco sovietico; uniche eccezioni quelle del 1973, per un piccolo gruppo di cittadini cileni e nel 1975 per alcuni cittadini vietnamiti e cambogiani. A partire dal 1998 l’Italia ha visto crescere notevolmente le richieste d’asilo è si è verificato anche un mutamento delle provenienze; alla Romania, Kosovo e Albania, si sono aggiunti curdi – di nazionalità turca, iraniana e irakena – afgani. Bisogna però dire che, in assenza di una legge adeguata alle normative vigenti in Europa, la presenza di rifugiati politici in Italia continua ad essere piuttosto modesta. I tempi per il riconoscimento dello status di rifugiato sono estremamente lenti e spesso i richiedenti asilo e le loro famiglie sono costretti a sopravvivere in uno stato di estrema indigenza e precarietà. Attualmente, le stime parlano di circa 17mila rifugiati; di questi circa 8mila sono riconosciuti sulla base della convenzione di Ginevra del 1951, mentre oltre 9mila godono di protezione umanitaria, uno status che assicura un permesso di soggiorno e di lavoro, l’assistenza sanitaria, il diritto all’istruzione. Tra coloro che negli ultimi anni hanno richiesto asilo politico in Italia si segnala una crescita delle persone provenienti dall’Africa, in particolare, dalla Liberia, dall’Etiopia e dall’Eritrea.
L’affermazione di una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione passa attraverso la conoscenza. Tra le tante sollecitazioni che sono state date in tal senso, particolarmente significativa è quella contenuta in un documento del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, in cui «si chiede in particolare alla scuola di dotare le nuove generazioni di strumenti per combattere, sul piano intellettuale, culturale, etico religioso e psicologico, quegli stereotipi che esasperano i conflitti e allontanano le speranze di pace» (Documento del CNPI del 23 aprile 1992). Un obiettivo che, a sua volta, trova un sostegno negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, nei quali si esprimono alcuni valori fondamentali come quello del dovere alla solidarietà economica e sociale e si definisce il principio dell’uguaglianza, formale e sostanziale.
La società italiana è ormai una realtà multietnica e multilingue ma, nel valutare il fenomeno dell’immigrazione e dei rifugiati, spesso ci si limita a considerare esclusivamente i problemi connessi alla loro presenza. Eppure, le competenze e le capacità che portano con sé queste persone, le loro esperienze di vita, costituiscono una fonte di grande ricchezza per il Paese che li ospita. Messi da parte quegli istintivi atteggiamenti di difesa che scattano quasi inconsciamente di fronte a ciò che appare diverso da noi, a ciò che sembra mettere in discussione, con la sua sola esistenza, la nostra sicurezza e la nostra identità, si scopre nella realtà di ogni giorno che «la fusione di diverse etnie è possibile: anzi, appartiene a quel pacco di progetti che costituiscono la sfida più drammatica per la sopravvivenza della nostra civiltà» (cf. Tonino Bello, Scritti di pace, Luce e Vita, 1997). Molto spesso corriamo il rischio di comportarci come quegli intellettuali romani di età imperiale che, chiudendo gli occhi di fronte all’evidenza della storia, continuavano a descrivere Visigoti e Burgundi come uomini vestiti di pelli a capo di bande erranti di guerrieri che mai avrebbero potuto avere un ruolo nel tessuto tradizionale della vita romana.
Abbiamo già avuto modo di ricordare che la nostra Costituzione garantisce la libertà, la solidarietà e l’uguaglianza non solo ai cittadini italiani ma anche agli stranieri (cf. articolo 10); si pone però il problema di rendere operativi tali formulazioni di principio nelle dinamiche sociali, a partire da una valutazione delle strategie di relazioni interetniche che sembrano rispondere maggiormente all’ideale di uguaglianza e di valorizzazione della dignità dell’uomo.
Come agire per costruire una società in cui le diversità trovino uno spazio in cui esprimersi e dove possa avvenire lo scambio tra le diverse culture?
Si deve innanzitutto partire dalla consapevolezza che stereotipi, pregiudizi e atteggiamenti di ostilità nei confronti dei diversi derivano dall’azione congiunta di almeno tre fattori:
Caratteristiche e limiti del sistema cognitivo |
Bisogno di appartenenza |
Ragioni di tipo storico e sociale |
Esso ha infatti bisogno di:
- semplificare la realtà
- nutrire delle aspettative nei confronti delle persone e degli eventi
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Miscuglio di motivazioni biologiche, psicosociali e culturali, che ci spinge con forza a riconoscerci in gruppi di nostri simili e a nutrire un’avversione apparentemente spontanea e «naturale» verso coloro che non condividono la nostra cultura e le nostre appartenenze |
Situazioni concrete che, di volta in volta, definiscono la posizione e le funzioni di ciascun gruppo minoritario e lo stato complessivo dei rapporti tra i gruppi in una determinata società, nonché la situazione delle relazioni interetniche e internazionali |
Pertanto, qualsiasi intervento centrato sulla comprensione dei vantaggi del pluralismo culturale, per essere efficace dovrà agire sia sul piano socioistituzionale che su quello delle dinamiche psicosociali. Fallite le strategie di assimilazione e fusione usate ad esempio nei primi periodi dell’immigrazione negli Stati Uniti, in quanto causavano entrambe l’annullamento delle differenze, si tratta di verificare i vantaggi insisti in una nuova strategia, che viene detta di pluralismo culturale. Essa, al contrario delle altre due, si propone invece di mantenere le differenze, valorizzando ciascuna di esse in quanto possibile arricchimento del patrimonio culturale complessivo. Una strada sicuramente non semplice, dal momento che richiede non solo la convinzione della validità di ciascuna posizione, ma anche un continuo esercizio di tolleranza nella vita quotidiana organizzando in concreto la propria esistenza in un confronto continuo con punti di vista e abitudini diversi dai propri. Uno sforzo che si riflette anche sul piano istituzionale per adeguare le strutture della società alle esigenze e alle caratteristiche delle diverse culture in aspetti essenziali della vita come, ad esempio, il rapporto individuo-società, le norme etiche, l’attività lavorativa, la funzione della famiglia, ma anche il cibo, il vestiario e così via.
Occorre poi essere consapevoli che tale approccio culturale, oltre alle difficoltà di applicazione, presenta anche alcuni rischi, come quello che si può definire del relativismo spinto che, in nome della validità autonoma delle singole culture rinuncia per principio a porre alcuni valori come assoluti. Tale atteggiamento diventa un problema nel caso di valori fondamentali come il rispetto della vita, della libertà e della dignità della persona umana; si pensi in tal senso all’ampio dibattito intorno alla figura e al ruolo della donna. A tale proposito noi riteniamo che la nosta cultura occidentale moderna, con tutti i suoi limiti abbia raggiunto al riguardo alcuni punti che possiamo considerare non derogabili: l’uguaglianza almeno formale nelle opportunità, l’emancipazione almeno dal punto di vista giuridico dalla sudditanza all’uomo, il rispetto della donna in quanto persona. Da questo punto di vista, dunque, è ragionevole che una certa cultura, nell’entrare in contatto con un’altra, richieda con forza il rispetto di alcuni suoi principi irrinunciabili, e dunque eserciti in relazione a questi una pressione all’assimilazione; la difficoltà è semmai quella di stabilire il confine tra tali principi irrinunciabili e quelli che costituiscono invece soltanto elementi di differenziazione che possono essere perfettamente accettati.
Per poter essere efficace, la strategia del pluralismo culturale deve favorire il contatto tra i diversi che, però, avvenire rispettando determinate condizioni:
- l’interazione deve essere lunga e approfondita;
- il rapporto con il diverso deve essere ti tipo cooperativo;
- i soggetti d’interazione devono avere uno status simile, vale a dire che non devono esistere evidenti disparità in termini di potere, prestigio e posizione nella scala sociale.
Solo la consapevolezza da parte di tutti dei diritti e doveri e una complessiva disponibilità alla tolleranza consentiranno di apprezzare la positività e la ricchezza di una società multiculturale.
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