Eppure, esigenze di tipo pragmatico portarono alla formazione dei diritti nazionali basati in parte sulla legislazione romana e in parte sulle norme tradizionali delle popolazioni barbariche ispirate al diritto tribale. Un processo che seguì modalità differenti nei singoli regni romano-barbarici. Vediamo dunque che, mentre franchi, visigoti, burgundi e ostrogoti, realizzarono forme relativamente pacifiche di convivenza con i romani, che portano a una loro rapida integrazione, in Italia i rapporti tra la comunità romana e le tribù longobarde furono più difficili. I longobardi, dopo alcuni decenni di stragi e devastazioni cha causarono una grave crisi demografica, sottomisero le popolazioni conquistate, pretendendo un terzo delle loro rendite. La situazione sociale degli italici migliorò solo in seguito alla graduale conversione al cattolicesimo dei longobardi, in precedenza ariani. Ciò diede avvio a un più stretto rapporto di collaborazione tra le due comunità e consolidò la presenza longobarda in Italia. L’ingresso di italici nell’esercito longobardo, i cosiddetti esercitali, segnò la definitiva apertura della società longobarda al riconoscimento dei diritti della popolazione sottomessa e ad un primo tentativo d’integrazione delle due etnie.
Lo scontro tra il mondo romano e quello dei «barbari» non si consumò solo sul piano delle differenti concezioni giuridico-istituzionali; esso, infatti, era conseguenza di un più vasto e complesso confronto culturale tra due realtà profondamente diverse e avvertite come inconciliabili. La conoscenza sul mondo barbarico prima dei Carolingi proviene dagli scrittori greci e latini che, di fronte agli attacchi che i Germani condussero sistematicamente a partire dal III secolo d.C. parlarono esplicitamente di «invasioni». Questo punto di vista è stato a lungo adottato dagli storici, soprattutto francesi e italiani, che hanno usato l’espressione «invasioni barbariche» per indicare i continui attacchi esterni che minarono l’Impero romano d’Occidente fino a provocarne la definitiva caduta nel 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, ad opera del goto Odoacre. La conseguenza più significativa di questa lettura storica è stata quella di aver espresso una valutazione fortemente negativa sul ruolo dei barbari; in particolare, si è attribuita alla barbarie germanica di aver ucciso la civiltà romana.
Le fonti scritte hanno lasciato ampie testimonianze sul senso di insicurezza generato dalla penetrazione di questi popoli stranieri che, ormai, non si limitavano più a mettere a ferro e fuoco i confini settentrionali e orientali dell’Impero ma, come lamentava San Gerolamo in seguito alla notizia del saccheggio di Roma ad opera dei Visigoti di Alarico nel 410, osavano addirittura violare “l’Urbe che ha conquistato l’universo intero”.
Anche il modo di raffigurare i «barbari» nell’arte mostra delle evidenti analogie con gli stereotipi più comuni presenti nella letteratura classica: da una parte si sottolineava la diversità dei barbari, accentuando particolari dell’abbigliamento e delle sembianze esteriori, come ad esempio i calzoni, i copricapo dalle fogge sconosciute ai Romani o il loro uso di portare barba e capelli lunghi, dall’altra si svolgeva però un’operazione di vera e propria propaganda per trasmettere messaggi rassicuranti sulla superiorità dell’esercito e della civiltà romane. Sulle monete e nelle opere scultoree di particolare visibilità i barbari erano infatti raffigurati in catene o in scene di combattimento nelle quali apparivano sopraffatti dall’impeto militare romano e, comunque, nella condizione di perdenti. Un esempio artisticamente imponente di questo genere di propaganda è la colonna traiana, fatta erigere a Roma dall’imperatore Traiano nel 113 d. C. per celebrare le vittorie romane contro i Daci.
Bisogna tuttavia ricordare che non mancarono anche valutazioni positive su questi popoli; Tacito, ad esempio, a proposito delle tribù germaniche parlava dei «nobili selvaggi» i cui costumi non erano stati corrotti dalla mollezza della civiltà urbana e mediterranea. Una affermazione che, nel corso dei secoli, è stata più volte utilizzata e strumentalizzata per una costruzione ideologica che presentava il complesso mondo barbarico come una sorta di vagheggiata età dell’oro; una interpretazione metodologicamente scorretta perché ignorava l’intento polemico sotteso alle riflessioni di Tacito che, elogiando le virtù dei popoli non civilizzati, così vicine a quelle praticate dai vigorosi e sobri cittadini della Roma arcaica, si scagliava contro la decadenza dei costumi dei suoi contemporanei.
Gli studi degli ultimi anni hanno compiuto lo sforzo di riconoscere le strumentalizzazioni ideologiche insite in alcune letture storiografiche e di rileggere gli avvenimenti dal punto di vista dei popoli barbari, che, culturalmente legati ad una tradizione orale, hanno cominciato a cimentarsi con la produzione di opere storiografiche solo a partire dal VI secolo. La storiografia tedesca, a partire da una valutazione del fenomeno su di un arco cronologico più ampio, ha sostituito all’espressione «invasioni barbariche» quella di «migrazioni» di popoli. Una modificazione terminologica carica di conseguenze, dal momento che consente di sottolineare la durata di questo fenomeno sul lungo periodo, e di ricostruire le fasi degli spostamenti successivi delle tribù germaniche, dalle regioni del nord Europa fino all’insediamento stabile nei territori dell’ex-impero romano. Tale approccio ha consentito di verificare che le dinamiche interne a tali processi migratori hanno svolto un importante «ruolo etnogenetico», favorendo l’aggregazione delle diverse tribù germaniche sotto la guida di re o capi militari e dando vita così alla formazione di popoli che, pur caratterizzati da una forte componente etnica, hanno saputo elaborare strategie politiche d’integrazione con le popolazioni latine, elaborando originali modelli culturali che sono alla base della nostra identità europea.