MA
L'OZIO NON DÀ SOLO VIZI
La
concezione degli antichi e la frenesia di oggi
Il nostro tempo è caratterizzato dalla frenesia,
dall'attivismo, dal produrre per consumare, da un consumare
spesso definalizzato e perciò da un produrre
per il produrre.
Di qui un lavoro obbligato, costretto com'è nei
ritmi della produzione, ed insieme un consumo senza
gioia.
A fronte dell'imperativo della produzione, mimetizzato
nelle parole correnti "crescita",
"sviluppo", larga parte della popolazione
mondiale ha poco di che nutrirsi e in molti casi è
priva del necessario per sopravvivere.
Tutto ciò dovrebbe destare un qualche sospetto,
dovrebbe suggerire che questo ampio e generalizzato
produrre è frutto di una qualche distorsione
e, ad ogni modo, la produce.
Nel mondo contemporaneo - lo si sa - il produrre è
divenuto un dovere.
Il moderno ha privilegiato l'homo faber
quel tipo d'uomo ove l'obbligo di produrre prevale sul
libero agire.
Una società che misura il tempo in termini di
danaro ha in avversione l'ozio e per i moderni, infatti,
tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed
effetto, s'instaura una circolarità viziosa.
Questa convinzione, per altro era già degli antichi:
otia dant vitia.
I moderni radicalizzano quest'idea, in certo senso la
portano alle sue estreme conseguenze.
E tuttavia il moderno nel condannare l'ozio come spreco
del tempo e occasione di dissipazione mette
tra parentesi - fino poi a dimenticarlo del
tutto - l'otium di cui parlavano gli antichi.
Quell'ozio opposto, appunto, al negotium,
sottratto al giro degli affari, al circuito immediato
della produzione e del consumo.
L'ozio,
concepito al modo degli antichi, non è infatti
una fuga dal lavoro, ma, al contrario, coincide
con l'agire libero e più esattamente
con il modo d'agire proprio degli uomini liberi.
L'età moderna, centrata com'è sull'etica
capitalista del lavoro, ha perso di vista la concezione
antica dell'ozio e in quei pochi casi in cui lo prende
in considerazione lo confonde con quel che in senso
lato siamo usi chiamare "svago".
Una società improntata ad una logica eminentemente
espansiva intende lo svago in funzione del lavoro, lo
vede come una necessaria momentanea sospensione dalla
fatica in vista di una migliore ripresa, di una più
alta efficienza lavorativa.
Per i moderni l'ozio ha dunque senso solo se lo si assume
come una pausa - giustificata - dal lavoro e non viene
invece concepito come un'attività libera, come
il "tempo dell'opera", di cui cifra assoluta
è l'opera d'arte.
L'arte infatti è insieme lavoro, libertà/creatività,
grazia. Gli uomini moderni hanno dimenticato
l'idea antica di ozio e tuttavia non mancano di lamentare
ad ogni momento - pavesianamente - che lavorare stanca.
La società moderna è caratterizzata da
singolari contraddizioni:
1) ha celebrato il lavoro come mezzo d'emancipazione
e di libertà e ne è divenuta vittima.
Di qui lavoro obbligato e produzione non necessaria:
in breve fatica e spreco.
2) ha bandito l'ozio - massimo tra i vizi - e non riesce
a garantire, come dovrebbe, lavoro per tutti.
È singolare che una società nata dalla
condanna dell'ozio abbia finito per generare disoccupazione.
Si vede che lavora male o, in ogni caso, non come dovrebbe.
3) infine viviamo in una società in cui si celebra
il lavoro ma in genere la maggior parte di coloro che
lavorano non amano affatto quel che fanno anzi lo soffrono.
È
allora necessario recuperare il valore originario
dell'ozio così come lo intendevano i
greci. La parola greca scholé significa riposo,
quiete, soprattutto tempo libero.
Singolare, in questo caso, è l'etimologia del
termine. Taluni lo fanno risalire al verbo écho
che significa "avere".
Se così è, la scholé - in senso
stretto - non ha altro significato che quello di avere:
essa designa un possesso e propriamente quello del tempo,
di un tempo tutto per sé.
Ma l'ozio è un tempo per sé non nella
forma strettamente egoistica del farsi, una volta tanto,
gli affari propri. Caso mai è il negotium il
luogo proprio degli affari.
Nell'ozio, viceversa l'uomo si libera da sé,
dal suo immediato interesse, non per negarsi,
ma per meglio ritrovarsi, per pervenire alla più
compiuta consapevolezza della sua vera condizione.
Non a caso l'ozio degli antichi era caratterizzato dallo
studio e soprattutto dallo studio disinteressato:
non quello funzionale ai risultati immediati, ma quello
necessario solo per capire.
Tutto questo gli antichi lo chiamavano contemplazione.
Ed è allora che si scopre davvero quello che
siamo: un frammento minimo in una storia infinita, un
breve respiro nella vita della terra, un'increspatura
d'onda nel grande mare dell'essere.
Il tempo dell'ozio è infine il tempo
delle giuste relazioni con gli uomini.
Nell'affare le relazioni umane sono spesso strumentali.
L'ozio, al modo in cui favorisce un sapere disinteressato,
libera spazio per l'intimità.
Il lavoro non cessa mai d'essere fatica.
Tuttavia la fatica la si sopporta e perfino la si cerca
se essa si riscatta nell'opera.
Se poi l'opera da realizzare e da portare a compimento
siamo "noi stessi", allora dobbiamo regalarci
tempo.
È doveroso sottrarsi all'alienazione del produrre
senza destinazione. Dobbiamo destinare a noi stessi
la nostra fatica, spartirla con gli amici, dedicare
il nostro tempo a quelli che amiamo.
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