Sono Gimpel l’Idiota, ma non credo di essere stupido. Anzi. Però i compaesani mi chiamano così. Mi diedero questo nomignolo quando andavo ancora a scuola; di nomignoli ne avevo in tutto sette: imbecille, somaro, testa di rapa, tonto, allocco, sciocco e idiota. Fu quest’ultimo a restarmi appiccicato. In che cosa consisteva la mia idiozia? Mi lasciavo turlupinare facilmente. Mi dissero:
«Gimpel, lo sai che la moglie del rabbino si è messa a letto con le doglie?» E così io marinai la scuola. Be’, risulto ch’era una bugia. Ma io, come avrei potuto saperlo? Non aveva mai avuto il ventre molto gonfio, questo sì. Ma io il ventre non glielo guardavo mai. Che cosa c’era poi di tanto idiota? La combriccola rise, si burlò di me con ragli d’asino, batté i piedi, ballonzolò e cantilenò una preghiera della buonanotte. E invece dell’uva passa che regalano quando una donna partorisce, mi riempirono le mani di escrementi di capra. Non ero un ragazzetto gracile; se avessi rifilato un ceffone a qualcuno, lo avrei fatto volare fino a Cracovia. Ma il fatto e che, per indole, non sono manesco. Dico sempre a me stesso: lasciamo correre. E così si approfittano di me.
Stavo tornando a casa da scuola e udii un cane abbaiare. I cani non mi fanno paura, ma naturalmente mi guardo bene dall’andare a stuzzicarli; potrebbe essercene uno con la rabbia, e se morde non c’è al mondo che possa aiutarti. Di conseguenza, scappai. Poi mi guardai intorno e vidi che tutta la piazza del mercato si spanciava per il gran ridere. Non era stato affatto un cane, ma Wolf-Leib il Ladro. Come avrei potuto sapere ch’era stato lui? Era sembrato proprio l’ululato di una cagna.
Quando i burloni e i prendi-in-giro si accorsero ch’era facile gabbarmi, misero tutti quanti alla prova con me la loro abilità. «Gimpel, lo zar sta per arrivare a Frampol; Gimpel, la luna è caduta nel Turbeenn; Gimpel, il piccolo Hodel Furpiece ha trovato un tesoro dietro i bagni pubblici».
E io, come un golem credevo a tutti. In primo luogo, tutto è possibile, come sta scritto nella Saggezza dei Padri, ho dimenticato le parole precise. In secondo luogo, dovevo pur crederci quando l’intero villaggio veniva a raccontarmi quelle panzane! Se per caso avessi osato dire: «Ah, state scherzando!» mi sarei messo nei guai. La gente si arrabbiava. «Che cosa vuoi dire? Vorresti dare del bugiardo a tutti?» E io che cosa dovevo fare? Credevo a quanto mi raccontavano, e spero almeno che questo li divertisse un po’.
Ero orfano. Mio nonno, che mi aveva allevato, si trovava già con un piede nella tomba. Così mi misero a lavorare da un fornaio, e là come se la spassarono con me! Tutte le donne o le ragazze che venivano a far cuocere al forno una teglia di tagliatelle, dovevano burlarsi di me almeno una volta. «Gimpel, c’è una fiera in paradiso; Gimpel, il rabbino ha partorito un vitello al settimo mese di gravidanza; Gimpel, una vacca è volata sul tetto e ha deposto uova di ottone». Uno studente della yeshivà venne una volta a comprare un panino e disse: «Ehi, Gimpel, lo sai che mentre tu te ne stai qui a raschiare con la pala da fornaio, è venuto il Messia? I morti sono risorti». «Dici sul serio?» domandai. «Non ho sentito nessuno suonare il corno d’ariete!» E lui fece: «Sei sordo?» E tutti si misero a gridare: «Noi lo abbiamo udito! Noi lo abbiamo udito!» Poi ecco entrare Rietze, il candelaio; urlò con la sua voce rauca: «Gimpel, tuo padre e tua madre si sono alzati dalla tomba. Ti stanno cercando».
A dire il vero, sapevo benissimo che nulla di tutto ciò era accaduto, ma ciò nonostante, mentre quelli parlavano, infilai in fretta la maglia di lana e uscii. Forse era accaduto realmente qualcosa. Che cosa ci rimettevo ad andare a vedere? Ah, be’, che coro di miagoli da gatto vi fu allora! E dopo quella volta, feci voto di non credere più a niente. Ma anche questo non servì a nulla. Mi confondevano al punto che non riuscivo più a distinguere il nero dal bianco.
Andai dal rabbino per farmi consigliare. Disse: «E scritto, meglio essere stupidi per tutta la vita che malvagi per un’ora soltanto. Tu non sei uno sciocco. Gli sciocchi sono loro. Poiché colui che costringe il suo simile a vergognarsi, perde il Paradiso». Ciò nonostante, la figlia del rabbino si burlò di me. Mentre uscivo dal tribunale rabbinico domandò: «Non lo hai ancora baciato il muro?» Risposi: «No. Perché dovrei baciarlo?» E lei disse: «E la legge. Devi farlo dopo ogni visita». Bene, sembrava che non ci fosse niente di male; e la ragazza scoppiò a ridere. Fu uno scherzo bene architettato; era riuscita a prendermi in giro, e come.
Isaac B. Singer, Gimpel l’idiota.
 
Gimpel per il suo modo di fare, per il suo modo di comportarsi viene deriso da tutti gli abitanti del villaggio. Ha un carattere molto buono e crede a tutto quello che gli si dice e la sua diversità dalle persone del villaggio viene considerata inferiorità. Purtroppo queste cose accadono tuttora. Molte persone che hanno caratteri diversi, pacifici, vengono presi di mira dalle combriccole, da gruppetti che si sentono superiori e che per dimostrare la propria pretesa superiorità, spesso li deridono o addirittura arrivano anche a picchiarli duramente. Queste persone devono subire cose atroci, come scherzi e battute pesanti ecc… . Secondo me, oltre al danno fisico, si può procurare anche un danno morale, in quanto la persona può rimanere scioccata per tutta la vita. Credo che questo comportamento vada evitato: invece di considerare idioti queste persone, toccherebbe confrontarsi con loro, capire i loro interessi, le loro idee riguardo ad una cosa, i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro paure. Il termine idiota viene usata da persone che erroneamente la mettono al posto di qualche altro aggettivo, non sapendo o confondendone il significato, senza accorgersi del tono offensivo della parola. Quindi spesso, prima di parlare, bisogna pensare e, come appunto dicono le dieci “P”: prima pensa, poi parla, perché parole poco pensate portano pena. Al riguardo voglio dire che se queste regole fossero rispettate da tutti secondo me non si verrebbero a creare problemi e non si offenderebbe più nessuno.

Anche se confrontandosi con qualcuno non si trovasse un punto in comune, qualcosa capace di creare un legame tra due persone, non si dovrebbe considerare l’altro diverso solo perché ha un punto di vista diverso dal nostro; anzi si dovrebbe capire che non tutti siamo uguali e che tutti abbiamo gusti diversi. Secondo me il problema di considerare una persona inferiore ad un’altra è proprio in questo. Anche se vediamo che una persona ha qualche problema non si dovrebbe prenderla in giro. Al contrario andrebbe aiutata e considerata uguale a noi sotto ogni aspetto.

(thedoctor)