Ecco il suo Carlino, - dice l’ostetrica al signor Alfio, presentandogli il bel maschietto appena arrivato dalla clinica.
«Macché Carlino, -
sente strillare il signor Alfio,  basta con questa mania dei diminutivi. Chiamatemi Carlo, Paolo o Vercingetorige. Chiamatemi magari Leopardo, ma che sia un nome sano. Mi sono spiegato?»
Il signor Alfio osserva perplesso il bambino, che non ha aperto bocca. Quelle parole gli sono risuonate direttamente nel cervello. Anche la levatrice ha sentito: - Toh, - dice. - così piccolo è già capace di trasmettere il pensiero.
«Brava, -
commenta la vocina - non posso mica parlare con le corde vocali se non le ho ancora formate».
-
Be’, - dice il signor Alfio, sempre più perplesso, - mettiamolo nella culla, poi si vedrà!
Lo mettono nella culla, vicino alla madre addormentata. Il signor Alfio va un momento di là a ordinare alla figlia maggiore di spegnere la radio, per non dare fastidio al pupo. Ma il pupo gli trasmette un messaggio urgente, precedenza assoluta: «Papà, cosa ti salta in mente? Mi vai a interrompere proprio la sonata di Schubert’ per arpeggione?

-
Arpeggione? - ripete il signor Alfio... - A me sembrava un violoncello. «Naturale che era un violoncello. È così che eseguono adesso questa composizione dettata da Schubert nel 1824. In La minore, per essere precisi. Ma lui l’aveva fatta per l’arpeggione: una specie di chitarrone a sei corde inventato l’anno prima a Vienna da Johann Georg Staurer. Questo strumento, chiamato «guitarre d’amour» o «guitarre-violoncello», ebbe scarsa fortuna e vita effimera. Ma la sonata è caruccia assai».
-Scusa, - balbetta il signor Alfio, - come le sai queste cose?
«Santo cielo, -
risponde sempre per via telepatica il neonato. - Mi metti sotto gli occhi, là su quello scaffale, un magnifico dizionario musicale: come vuoi che faccia a non vedere che a pagina ottantadue del primo volume vi si parla per l’appunto dell’arpeggione?»
Il signor Alfio ne deduce che il suo figlioletto, oltre a trasmettere il pensiero, sa leggere a distanza in un libro chiuso. Senza neanche aver imparato a leggere.
La madre, quando si sveglia, viene informata degli avvenimenti con molta delicatezza, ma scoppia a piangere lo stesso. Per giunta non ha sottomano un fazzoletto per asciugarsi gli occhi. Allora si vede un cassetto del comò aprirsi da solo, senza rumore, e dal cassetto prende il volo, rimanendo ben piegato, un fazzoletto bianco lavato con Bronk, il detersivo preferito dalla guardarobiera della regina Elisabetta. Il fazzoletto si posa sul cuscino della signora Adele, mentre nella culla il piccolo Carlo si esercita a strizzare l’occhio.
«Piaciuto il giochino?», domanda con la mente agli astanti. La levatrice fugge alzando le mani in direzione del soffitto. La signora Adele sviene seduta stante. Il signor Alfio si accende una sigaretta, poi la butta via: non era questo che voleva fare.
-
Figliolo, - dice poi, - stai prendendo delle pessime abitudini, assolutamente contrarie al galateo!. Da quando in qua un bambino rispettoso apre i cassetti della mamma, senza chiedere permesso?
[Il piccolo Carlo viene accuratamente visitato nel tentativo di trovare la causa delle sue anomalie]
L’esame completo dura due giorni e trentasei ore. Esso rivela che il giovane Carlo, in età di giorni quarantasette:
può leggere nel cervello del dottor Foletti i nomi di tutti i suoi parenti, fino ai cugini di quarto grado, nonché assorbire tutte le conoscenze scientifiche, letterarie, filosofiche e calcistiche che vi sono depositate a partire dalla prima infanzia;
scopre un francobollo del Guatemala nascosto sotto diciotto chili di libri di medicina;
muove a piacere, con una semplice occhiata, l’ago della bilancia su cui l’infermiera controlla il peso dei malati;
riceve e trasmette i programmi della radio, compresi quelli a modulazione di frequenza;
e gli esperimenti in stereofonia
proietta su una parete i programmi della televisione, manifestando però una certa insofferenza per Rischiatutto;
cuce uno strappo nel camice del dottore con l’imposizione delle mani;
osservando la fotografia di un paziente prova un forte mal di pancia e diagnostica, senza sbagliare, un’appendicite acuta;
frigge a distanza, senza gas, una padella di semolino dolce.
Inoltre egli si solleva da terra fino a un’altezza di metri cinque e diciannove centimetri; estrae con la forza della mente una medaglia di Sant’Antonio da una scatola di sigari sigillata con tre rotoli di scotch; fa scomparire dal muro un quadro di Giulio Turcato, materializza una tartaruga nell’armadietto dei medicinali e un tasso barbasso nella vasca da bagno; magnetizza alcuni crisantemi che stanno per morire, restituendo loro i colori giovanili. Toccando un sasso proveniente dagli Urali, recita la storia completa e documentata delle avanguardie russe.

[Alla fine, Carlo viene guarito]

Naturale. Il segreto è tutto lì: basta far finta di non sentire quando Carlo fa la trasmissione ed eccolo costretto a comportarsi come tutti gli altri cristiani e a parlare come l’ultimo degli analfabeti.
I bambini fanno presto a imparare, fanno prestissimo a disimparare. Tempo sei mesi, il piccolo Carlo non si ricorda nemmeno più di essere stato qualcosa di meglio di una radiolina a transistor.
Intanto dalla casa sono scomparsi tutti i libri, comprese le enciclopedie a puntate. Non avendo mai occasione di fare esercizi di lettura a pagina chiusa, il marmocchio perde questa abilità, tra gli applausi degli astanti. Aveva imparato a memoria
la Bibbia, ma la dimentica. Il curato è più tranquillo.
Per due o tre anni si diverte ancora a sollevare sedie con un’occhiata, a far ballare le marionette senza toccarle, a sbucciare i mandaranci a distanza, a cambiare i dischi sul giradischi semplicemente col mettersi un dito nel naso, ma poi, se Dio vuole, va all’asilo e li la prima volta che, per rallegrare i suoi amici, mostra come si fa
i a camminare sul soffitto a testa in giù, lo mettono in castigo in un angolino. Carlo ci resta tanto male che giura di appassionarsi a ricamare farfalle, infilando l’ago nei puntini amorosamente disegnati apposta per lui dalla suora su un pezzetto di tela.
A sette anni va alla scuola elementare e fa comparire uno splendido ranocchio sulla cattedra della maestra, la quale, invece di approfittarne per spiegare gli anfibi saltatori e quanto siano buoni nel brodetto, chiama il bidello e manda Carlo dal direttore. Questo signore dimostra al fanciullo che le rane non sono animali seri e lo minaccia di espulsione da tutte le scuole della Repubblica e del sistema solare, se si permette certi scherzi.
-
Posso almeno uccidere i microbi? - domanda Carlo.
-
No. Per questo ci sono i dottori.
Mentre riflette su questa importante dichiarazione, Carlo, distrattamente, fa spuntare una rosa nel cestino della carta straccia. Per fortuna riesce a farla sparire prima che il direttore se ne accorga.
-
Va’,  dice il direttore in tono solenne, mostrando al bimbo la porta col dito indice: gesto del tutto inutile, perché nella stanza c’è solo quella porta e sarebbe difficile confonderla con la finestra. - Va’, diventa un bambino perbene e sarai la consolazione dei tuoi genitori.
Carlo va. Va a casa a fare il compito e lo fa tutto sbagliato.
-
Sei proprio uno stupidello, - commenta la Cicci, guardandogli il quaderno.
-
Davvero? - esclama Carlo, col suo cuore in gola per la gioia. - Ma sono già abbastanza stupidello?
Per la contentezza fa comparire uno scoiattolo sul tavolino, ma subito lo rende invisibile per non insospettire
la Cicci. Quando la Cicci si ritira nei suoi appartamenti, egli prova a far ricomparire lo scoiattolo, ma non ce la fa. Prova con un porcellino d’India, uno scarabeo stercorario, una pulce. Niente da fare.
-
Meno male, - sospira Carlo. - Sto proprio perdendo tutte quelle brutte abitudini.
Difatti ora lo chiamano Carlino e lui non si ricorda nemmeno di protestare.
Gianni Rodari, Novelle fatte a macchina.

Questo racconto parla di Carlino, un bambino dotato di poteri eccezionali che viene controllato e curato fino a quando non torna normale, perdendo le sue doti.
Quando Carlo nasce, comincia subito a commentare la scelta da parte dei medici di chiamare i neonati con diminutivi; più tardi con i suoi insoliti comportamenti - legge nel pensiero, richiama il padre senza aprire bocca perché ha cambiato canzone alla radio, prende con la forza del pensiero un fazzoletto ben piegato in un cassetto chiuso - mettere in crisi i valori intesi come normali. Così facendo quindi mette in discussione la realtà di ogni giorno. Successivamente Carlo, su cui sono stati riscontrati questi “sintomi”, viene accuratamente visitato per trovare una risposta alle sue anomalie; viene sottoposto ad un esame, i medici fanno un elenco di tutti i suoi eccezionali poteri e come cura prescrivono che si debba far finta di non sentire quando invia i suoi “messaggi”, e così si comporterà come tutti gli altri cristiani.
Tutto questo darsi da fare per “guarire” Carlo e farlo tornare “normale” per me è inutile e ha qualcosa a che fare con l’idea di “normalità” e “diversità”.
Questo è un problema reale, perché anche nella realtà c’è discriminazione nei confronti di chi possiede poteri eccezionali; altrettanta discriminazione c’è nei confronti di chi non “possiede nulla” e viene ritenuto inferiore. Il perché di queste discriminazioni? Be’ secondo me chi va contro persone che hanno doti eccezionali è chi, sentendosi inferiore rispetto a loro, vuole diffondere ed imporre agli altri il proprio modo di pensare, anche attaccandoli pesantemente: quindi chi possiede doti eccezionali deve essere ritenuto “diverso” dagli altri, “normali”.
Si parla spesso del conformismo, inteso come carattere della nostra società: tutti ci comportiamo allo stesso modo, portiamo gli stessi abiti, ascoltiamo la stessa musica. Sì, è vero: facciamo quasi tutti le stesse cose.; ma c’è anche chi non segue il modello e spesso e volentieri viene ritenuto un tipo strano; però ognuno è libero di fare quello che vuole. Quello che io vorrei capire è come vede il resto della società chi non segue il modello. Per “lui” possiamo essere noi i diversi. Ritornando al conformismo io mi ritengo un conformista perché seguo la moda e i vari modi di fare e certe volte mi sento condizionato a farlo perché se non facessi così penserei di poter essere ritenuto “diverso” dagli altri. Penso però che questa sia un po’ la “paura” della maggior parte delle persone; invece quello che si dovrebbe fare è proprio essere indipendente da tutti, non fare quello che fanno gli altri, anche se è molto difficile, soprattutto per noi adolescenti. (fabry)