
CICLISMO
La gara che inaugura l'Olimpiade romana è la 100 chilometri
a squadre di ciclismo, che debutta nel programma olimpico
proprio a Roma. E purtroppo non si inizia sotto i migliori
auspici. Uno dei corridori del quartetto danese, Knud Jensen,
cade improvvisamente a terra e muore un'ora più tardi
all'ospedale. La vicenda scatena vibranti polemiche, soprattutto
da parte della stampa estera. Si punta l'indice sulla scelta
di far disputare le gare in pieno giorno con temperature torride,
ma poi l'autopsia rivelerà che Jensen aveva assunto
una dose eccessiva di stimolanti e a provocarne il decesso
era stato sicuramente il doping, così i toni della
polemica verranno ridimensionati.
La tragedia fa però passare un po' in secondo piano
la prima vittoria dell'Olimpiade romana che, guarda caso,
è proprio italiana. A trionfare sono Giacomo Fornoni,
Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Livio Trapè, che
tagliano il traguardo con oltre due minuti di vantaggio sulla
Germania guidata dal fuoriclasse Schur e più di quattro
sulla Russia del grande Kapitonov. Per la squadra azzurra
è la prima di una lunga collana di medaglie, che alla
fine le consentirà di finire alle spalle solo delle
due imprendibili superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti,
nel medagliere complessivo.
PUGILATO
uno degli sport che riscuote più
successo di pubblico è il pugilato. Che, non a caso,
registra anche tre vittorie italiane.
Il più accreditato degli azzurri, alla vigilia, è
Nino Benvenuti, due volte campione europeo. E il 22enne istriano
non tradisce. La finale per la medaglia d'oro lo mette di
fronte al picchiatore russo Yury Radonyak, l'azzurro non si
lascia sorprendere e già alla fine della prima ripresa
Radonyak viene contato. Si rialza, continua, ma Benvenuti
vince ai punti senza problemi: sarà solo il primo tassello
di una carriera che, da professionista, gli regalerà
successi ancor più prestigiosi. Con lui, sul gradino
più alto del podio olimpico, salgono anche il piuma
Francesco Musso e il gigante Francesco De Piccoli,
Altre medaglie arrivano dal gallo Primo Zamparini, dal leggero
Sandro Lopopolo e dal superwelter Carmelo Bossi, tutti d'argento,
e da Giulio Saraudi, bronzo nei mediomassimi. In questa categoria
il re è un giovane diciottenne del Kentucky destinato
a diventare leggenda: Cassius Clay.
SCHERMA
Anche se raccoglie meno rispetto ad altre edizioni, l'Italia
non esce certo a mani vuote dal torneo di scherma.
La spada ci vede dominatori assoluti, con il torinese Giuseppe
Delfino, vincitore della gara individuale all'età di
39 anni: in finale la spunta sul britannico Allan Jay. Delfino
fa il bis a squadre e a farne le spese sono ancora i colori
britannici. Del sestetto azzurro fanno parte Carlo Pavesi,
Fiorenzo Marini, Gianluigi Saccaro, Alberto Pellegrino e,
soprattutto, Edoardo Mangiarotti, che a 41 anni conclude la
sua lunga carriera olimpica, iniziata nel 1936, vincendo due
medaglie: è infatti anche tra gli artefici del secondo
posto nel fioretto a squadre. A Roma il suo bilancio personale
si cristalizza su un numero perfetto: 13 sono le sue medaglie
olimpiche, mai un italiano è riuscito ad arrivare a
tanto e nessuno schermidore nel mondo lo ha ancora raggiunto.
Sulla pedana di casa gli azzurri conquistano anche un bronzo
nella sciabola individuale con Wladimiro Calabrese, nella
sciabola a squadre e nel fioretto a squadre femminile.
PALLANUOTO
Delusi dal calcio, gli sportivi italiani si rifanno con la
pallanuoto, lo sport che ci ha dato la prima gioia olimpica
a Londra nel '48.
Pur non essendo tra le favorite della vigilia, la squadra
azzurra disputa un torneo impeccabile. Si gioca con girone
all'italiana e, dopo una partenza sofferta Eraldo Pizzo e
compagni travolgono Egitto, Giappone e Germania. Le ultime
tre partite sono decisive per definire le posizioni nobili
della classifica. Il Settebello azzurro non ha però
cedimenti. Batte prima l'Unione Sovietica (2-0), poi la Jugoslavia
(2-1). A questo punto manca solo lo squadrone ungherese,
Ma prima della sfida con l'Ungheria, che si concluderà
3-3, l'Unione Sovietica batte la Jugoslavia e ci consegna
la matematica certezza della medaglia d'oro. I protagonisti
di questo successo sono: Dante Rossi, Giuseppe D'Altrui, Eraldo
Pizzo, Gianni Lonzi, Franco Lavoratori, Rosario Parmeggiani,
Dario Bardi, Brunello Spinelli, Salvatore Gionta, Amedeo Ambron,
Giancarlo Guerrini e Luigi Mannelli

Livio
Berruti ,nato a Torino il 19 maggio del 1939, conobbe
l’atletica nel 1955 al liceo Cavour di Torino, dove
si rivelò il più veloce dell’Istituto.
Il 2 settembre 1960, studente universitario di 21 anni, miope
e timido, che si faceva notare perché correva indossando
occhiali scuri e calze bianche sbaragliò gli atleti
favoriti e certamente più impostati fisicamente, ovvero
gli atleti di colore provenienti dagli Stati Uniti, e vinse
la medaglia d’oro nella prova dei 200 metri alle olimpiadi
di Roma.
I punti di forza della sua corsa furono la tenuta nel finale
e l'assetto nei primi 100 m. in curva. Rivedendo il filmato
della finale olimpica di Roma, si può notare come le
sue falcate si stringano fino al limite estremo sinistro della
corsia. Riuscendo a seguire questa traiettoria in curva senza
sbandamenti di sorta Livio Berruti, in quella finale, guadagnò
quasi un metro sugli avversari. Con la freddezza, i riflessi
e la coordinazione di un felino, grazie anche a delle buone
caviglie arrivò dove, da quando agli uomini di colore
degli USA sono state aperte le porte dell'atletica, altri
non sono arrivati.
Gli chiesero a cosa pensasse prima della partenza della finale
dei 200m. di Roma, rispose: "A nulla". Non c'è
miglior esempio di massima concentrazione ovvero di decontrazione.
I Giochi Olimpici di Roma gli resero : una ‘500’
dono della FIAT, 800.000 Lire dal CONI per la medaglia d’oro,
400.000 Lire per il record mondiale.
La sua vittoria olimpica, all'inizio della carriera, sarebbe
rimasta il suo miglior risultato. Le sue tre apparizioni ai
campionati europei di atletica leggera gli portarono solo
un settimo posto nella finale dei 200m del 1966. Egli vinse
comunque i titoli italiani dei 100m e 200m dal 1957 al 1962,
e altri due titoli sui 200m nel 1965 e nel 1968. Berruti prese
parte ad altre due edizioni delle Olimpiadi, nel 1964 e nel
1968. In entrambe le occasioni raggiunse le finali con la
staffetta 4 x 100m, inoltre si classificò quinto nella
finale dei 200m del 1964.

Abebe
Bikila nacque nel 1932 in una cittadina chiamata Jato, a circa
130 Km da Addis Abeba. Secondo la tradizione del suo popolo,
il ragazzo passò la gioventù a fare il pastore
e lo studente.
Poi, nel 1952, il giovane fu reclutato nel corpo della guardia
imperiale e nel 1954 si sposò con Yewibar Giorghis
con la quale ebbe quattro figli.
Trascorse diversi anni nella guardia imperiale prima di potersi
distinguere come valente atleta: nel 1956, all’età
di 24 anni, partecipò ai campionati militari nazionali
e si qualificò per le Olimpiadi di Roma.
Alla vigilia pochi consideravano Bikila tra i favoriti, nonostante
avesse fatto segnare un tempo notevole nei giorni precedenti.
Il maratoneta etiope quel giorno passa alla storia per un
paio di caratteristiche: la corsa senza scarpe (anche se in
gara c'e' un altro - l'atleta dell'India - nelle stesse condizioni)
e la naturalezza con cui completa i 42,195km, mangiando soltanto
un'arancia e compiendo esercizi di rilassamento dopo aver
tagliato il traguardo.
Quando gli fu chiesto come mai avesse corso senza scarpe,
Bikila rispose: “Ho voluto che il mondo sapesse che
il mio Paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione
ed eroismo.”
La stampa che già vedeva la possibilità di strumentalizzare
l’avvenimento inventò la storia che la federazione
etiope era troppo povera per fornire scarpe ai suoi campioni,
ma la verità era che l’atleta aveva ricevuto
le scarpette solamente il giorno prima, e poiché le
trovava scomode, aveva deciso di correre scalzo, come faceva
di solito in allenamento.
L’atleta etiope divenne in breve una leggenda, la sua
fama raggiunse ogni angolo del mondo; molte persone lo consideravano
come una rivalsa, seppur minima, di certo mondo povero contro
quello ricco che già poteva disporre di sponsor di
un certo spessore.
Nel 1964 e' alle Olimpiadi di Tokio. Stavolta Bikila corre
con le scarpe, bianche e spartane. E' comunque medaglia d'oro,
con il tempo di 2h12'11'', primo nella storia olimpica a vincere
la maratona in due edizioni consecutive.
Poco dopo pensa già alle successive Olimpiadi di Città
del Messico. Ma lì Bikila deve affrontare l'avversario
peggiore: il tempo che passa. Durante la corsa, accorgendosi
della impossibilità di ripetere le due precedenti prestazioni
olimpiche, cede il testimone al suo compagno di squadra Mamo
Wolde, poi medaglia di bronzo a Monaco '72 e in seguito coinvolto
nelle vicende politiche dello stato etiope.
La storia di Bikila prende un altro corso nel 1969 quando,
a seguito di un incidente d'auto, rimane paralizzato alle
gambe. L’uomo non si diede per vinto e, animato da un
incommensurabile spirito competitivo, partecipò perfino
alle Olimpiadi per paraplegici tenutesi a Londra, vincendo
numerose gare. Nel 1970 partecipò in Norvegia ad una
gara su un percorso di 25 km trasportato da una slitta e vinse
la medaglia d’oro.
Nel 1973, all’età di 41 anni, Abebe Bikila morì
per un’emorragia cerebrale.Una folla enorme e commossa
partecipò al suo funerale e a rendergli omaggio c’era
anche l’imperatore Atse Haile Selassie. La sua vita
era terminata, ma i ricordi rimanevano e rimangono tuttora
nella mente di tutti gli sportivi del mondo che rivedono quel
piccolo uomo attraversare le strade di Roma a piedi nudi...
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