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I prodotti delle classi                           anno scolastico 2005-2006

sport
le olimpiadi a roma del ’60

CICLISMO
La gara che inaugura l'Olimpiade romana è la 100 chilometri a squadre di ciclismo, che debutta nel programma olimpico proprio a Roma. E purtroppo non si inizia sotto i migliori auspici. Uno dei corridori del quartetto danese, Knud Jensen, cade improvvisamente a terra e muore un'ora più tardi all'ospedale. La vicenda scatena vibranti polemiche, soprattutto da parte della stampa estera. Si punta l'indice sulla scelta di far disputare le gare in pieno giorno con temperature torride, ma poi l'autopsia rivelerà che Jensen aveva assunto una dose eccessiva di stimolanti e a provocarne il decesso era stato sicuramente il doping, così i toni della polemica verranno ridimensionati.
La tragedia fa però passare un po' in secondo piano la prima vittoria dell'Olimpiade romana che, guarda caso, è proprio italiana. A trionfare sono Giacomo Fornoni, Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Livio Trapè, che tagliano il traguardo con oltre due minuti di vantaggio sulla Germania guidata dal fuoriclasse Schur e più di quattro sulla Russia del grande Kapitonov. Per la squadra azzurra è la prima di una lunga collana di medaglie, che alla fine le consentirà di finire alle spalle solo delle due imprendibili superpotenze, Unione Sovietica e Stati Uniti, nel medagliere complessivo.

PUGILATO

uno degli sport che riscuote più successo di pubblico è il pugilato. Che, non a caso, registra anche tre vittorie italiane.
Il più accreditato degli azzurri, alla vigilia, è Nino Benvenuti, due volte campione europeo. E il 22enne istriano non tradisce. La finale per la medaglia d'oro lo mette di fronte al picchiatore russo Yury Radonyak, l'azzurro non si lascia sorprendere e già alla fine della prima ripresa Radonyak viene contato. Si rialza, continua, ma Benvenuti vince ai punti senza problemi: sarà solo il primo tassello di una carriera che, da professionista, gli regalerà successi ancor più prestigiosi. Con lui, sul gradino più alto del podio olimpico, salgono anche il piuma Francesco Musso e il gigante Francesco De Piccoli,
Altre medaglie arrivano dal gallo Primo Zamparini, dal leggero Sandro Lopopolo e dal superwelter Carmelo Bossi, tutti d'argento, e da Giulio Saraudi, bronzo nei mediomassimi. In questa categoria il re è un giovane diciottenne del Kentucky destinato a diventare leggenda: Cassius Clay.

SCHERMA
Anche se raccoglie meno rispetto ad altre edizioni, l'Italia non esce certo a mani vuote dal torneo di scherma.
La spada ci vede dominatori assoluti, con il torinese Giuseppe Delfino, vincitore della gara individuale all'età di 39 anni: in finale la spunta sul britannico Allan Jay. Delfino fa il bis a squadre e a farne le spese sono ancora i colori britannici. Del sestetto azzurro fanno parte Carlo Pavesi, Fiorenzo Marini, Gianluigi Saccaro, Alberto Pellegrino e, soprattutto, Edoardo Mangiarotti, che a 41 anni conclude la sua lunga carriera olimpica, iniziata nel 1936, vincendo due medaglie: è infatti anche tra gli artefici del secondo posto nel fioretto a squadre. A Roma il suo bilancio personale si cristalizza su un numero perfetto: 13 sono le sue medaglie olimpiche, mai un italiano è riuscito ad arrivare a tanto e nessuno schermidore nel mondo lo ha ancora raggiunto.
Sulla pedana di casa gli azzurri conquistano anche un bronzo nella sciabola individuale con Wladimiro Calabrese, nella sciabola a squadre e nel fioretto a squadre femminile.

PALLANUOTO
Delusi dal calcio, gli sportivi italiani si rifanno con la pallanuoto, lo sport che ci ha dato la prima gioia olimpica a Londra nel '48.
Pur non essendo tra le favorite della vigilia, la squadra azzurra disputa un torneo impeccabile. Si gioca con girone all'italiana e, dopo una partenza sofferta Eraldo Pizzo e compagni travolgono Egitto, Giappone e Germania. Le ultime tre partite sono decisive per definire le posizioni nobili della classifica. Il Settebello azzurro non ha però cedimenti. Batte prima l'Unione Sovietica (2-0), poi la Jugoslavia (2-1). A questo punto manca solo lo squadrone ungherese,
Ma prima della sfida con l'Ungheria, che si concluderà 3-3, l'Unione Sovietica batte la Jugoslavia e ci consegna la matematica certezza della medaglia d'oro. I protagonisti di questo successo sono: Dante Rossi, Giuseppe D'Altrui, Eraldo Pizzo, Gianni Lonzi, Franco Lavoratori, Rosario Parmeggiani, Dario Bardi, Brunello Spinelli, Salvatore Gionta, Amedeo Ambron, Giancarlo Guerrini e Luigi Mannelli


Livio Berruti ,nato a Torino il 19 maggio del 1939, conobbe l’atletica nel 1955 al liceo Cavour di Torino, dove si rivelò il più veloce dell’Istituto.
Il 2 settembre 1960, studente universitario di 21 anni, miope e timido, che si faceva notare perché correva indossando occhiali scuri e calze bianche sbaragliò gli atleti favoriti e certamente più impostati fisicamente, ovvero gli atleti di colore provenienti dagli Stati Uniti, e vinse la medaglia d’oro nella prova dei 200 metri alle olimpiadi di Roma.
I punti di forza della sua corsa furono la tenuta nel finale e l'assetto nei primi 100 m. in curva. Rivedendo il filmato della finale olimpica di Roma, si può notare come le sue falcate si stringano fino al limite estremo sinistro della corsia. Riuscendo a seguire questa traiettoria in curva senza sbandamenti di sorta Livio Berruti, in quella finale, guadagnò quasi un metro sugli avversari. Con la freddezza, i riflessi e la coordinazione di un felino, grazie anche a delle buone caviglie arrivò dove, da quando agli uomini di colore degli USA sono state aperte le porte dell'atletica, altri non sono arrivati.
Gli chiesero a cosa pensasse prima della partenza della finale dei 200m. di Roma, rispose: "A nulla". Non c'è miglior esempio di massima concentrazione ovvero di decontrazione.
I Giochi Olimpici di Roma gli resero : una ‘500’ dono della FIAT, 800.000 Lire dal CONI per la medaglia d’oro, 400.000 Lire per il record mondiale.
La sua vittoria olimpica, all'inizio della carriera, sarebbe rimasta il suo miglior risultato. Le sue tre apparizioni ai campionati europei di atletica leggera gli portarono solo un settimo posto nella finale dei 200m del 1966. Egli vinse comunque i titoli italiani dei 100m e 200m dal 1957 al 1962, e altri due titoli sui 200m nel 1965 e nel 1968. Berruti prese parte ad altre due edizioni delle Olimpiadi, nel 1964 e nel 1968. In entrambe le occasioni raggiunse le finali con la staffetta 4 x 100m, inoltre si classificò quinto nella finale dei 200m del 1964.


 

Abebe Bikila nacque nel 1932 in una cittadina chiamata Jato, a circa 130 Km da Addis Abeba. Secondo la tradizione del suo popolo, il ragazzo passò la gioventù a fare il pastore e lo studente.
Poi, nel 1952, il giovane fu reclutato nel corpo della guardia imperiale e nel 1954 si sposò con Yewibar Giorghis con la quale ebbe quattro figli.
Trascorse diversi anni nella guardia imperiale prima di potersi distinguere come valente atleta: nel 1956, all’età di 24 anni, partecipò ai campionati militari nazionali e si qualificò per le Olimpiadi di Roma.
Alla vigilia pochi consideravano Bikila tra i favoriti, nonostante avesse fatto segnare un tempo notevole nei giorni precedenti.
Il maratoneta etiope quel giorno passa alla storia per un paio di caratteristiche: la corsa senza scarpe (anche se in gara c'e' un altro - l'atleta dell'India - nelle stesse condizioni) e la naturalezza con cui completa i 42,195km, mangiando soltanto un'arancia e compiendo esercizi di rilassamento dopo aver tagliato il traguardo.
Quando gli fu chiesto come mai avesse corso senza scarpe, Bikila rispose: “Ho voluto che il mondo sapesse che il mio Paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo.”
La stampa che già vedeva la possibilità di strumentalizzare l’avvenimento inventò la storia che la federazione etiope era troppo povera per fornire scarpe ai suoi campioni, ma la verità era che l’atleta aveva ricevuto le scarpette solamente il giorno prima, e poiché le trovava scomode, aveva deciso di correre scalzo, come faceva di solito in allenamento.
L’atleta etiope divenne in breve una leggenda, la sua fama raggiunse ogni angolo del mondo; molte persone lo consideravano come una rivalsa, seppur minima, di certo mondo povero contro quello ricco che già poteva disporre di sponsor di un certo spessore.
Nel 1964 e' alle Olimpiadi di Tokio. Stavolta Bikila corre con le scarpe, bianche e spartane. E' comunque medaglia d'oro, con il tempo di 2h12'11'', primo nella storia olimpica a vincere la maratona in due edizioni consecutive.
Poco dopo pensa già alle successive Olimpiadi di Città del Messico. Ma lì Bikila deve affrontare l'avversario peggiore: il tempo che passa. Durante la corsa, accorgendosi della impossibilità di ripetere le due precedenti prestazioni olimpiche, cede il testimone al suo compagno di squadra Mamo Wolde, poi medaglia di bronzo a Monaco '72 e in seguito coinvolto nelle vicende politiche dello stato etiope.
La storia di Bikila prende un altro corso nel 1969 quando, a seguito di un incidente d'auto, rimane paralizzato alle gambe. L’uomo non si diede per vinto e, animato da un incommensurabile spirito competitivo, partecipò perfino alle Olimpiadi per paraplegici tenutesi a Londra, vincendo numerose gare. Nel 1970 partecipò in Norvegia ad una gara su un percorso di 25 km trasportato da una slitta e vinse la medaglia d’oro.
Nel 1973, all’età di 41 anni, Abebe Bikila morì per un’emorragia cerebrale.Una folla enorme e commossa partecipò al suo funerale e a rendergli omaggio c’era anche l’imperatore Atse Haile Selassie. La sua vita era terminata, ma i ricordi rimanevano e rimangono tuttora nella mente di tutti gli sportivi del mondo che rivedono quel piccolo uomo attraversare le strade di Roma a piedi nudi...


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