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I
prodotti delle classi anno
scolastico 2004-2005
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L’anno
e il calendario
L’anno
è l’unità fondamentale del calendario.
[...] Presso i popoli i cui calendari prevedono cicli
pluriennali, ogni anno è rappresentato
da un glifo o incarnazione-simbolo. Ad esempio presso
gli Aztechi, il cui calendario comporta un ciclo di
cinquantadue anni, gli anni si svolgevano a gruppi di
quattro, ciascuno situato in uno dei punti cardinali:
infatti gli antichi Messicani nelle loro credenze non
separavano lo spazio dal tempo. I punti cardinali sono
rappresentati dai quattro glifi «portatori di
anni»: acatl «canna» per l’Est,
tecpatl «silice» per il Nord, calli «casa»
per l’Ovest, tochtli «coniglio» per
il Sud. [...]
Nei
calendari d’ispirazione buddhista, come
in Cina e in Giappone, s’incontra un ciclo
zodiacale di dodici anni, trasposizione del
ciclo zodiacale di dodici mesi dell’antica Caldea.
Questo sistema poggia sulla storia secondo la quale
Buddha, in occasione di un Nuovo Anno, invitò
gli animali a rendergli omaggio. Egli avrebbe
fatto loro dono in cambio di un anno che portasse il
loro nome. Vennero solo dodici animali, a ciascuno
dei quali fu attribuito un anno nell’ordine del
loro arrivo: il topo, il bue, la tigre, il coniglio,
il drago, il serpente, il cavallo, il montone, la scimmia,
il gallo, il cane, il cinghiale.
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L’anno
è però soprattutto un ciclo completo
di morte e di rinascita: se ci sono feste legate
alla fine dell’anno il grande problema, dato il
simbolismo che l’accompagna, è quello della
data del Capodanno. Questa data è legata generalmente
al ciclo vegetale e lunare.
Presso i popoli africani della
Costa d’Avorio l’anno comincia
all’inizio della grande stagione secca
(in dicembre presso i Gueré, in gennaio presso
i Baulé), ma presso gli Alladian comincia con
la breve stagione secca in luglio.
L’anno ha inizio con le cerimonie d’Angbanji,
feste della ricchezza, e con le feste dell’igname,
l’unica pianta della regione che per produrre
ha bisogno del ciclo completo delle quattro stagioni
e dà un solo raccolto. Presso i Baulé,
mentre l’anno profano comincia in gennaio al momento
del raccolto tardivo degli ignami, l’anno rituale
comincia in agosto con l’offerta delle primizie
degli ignami ai Mani degli antenati e alla terra.
Nell’antica Grecia
dove, in epoca arcaica, pare esistessero due
sole stagioni, la calda e la fredda, l’anno
cominciava generalmente all’inizio della
stagione calda. Ad Atene, per esempio, il Capodanno
cadeva in corrispondenza della Luna nuova dopo il solstizio
d’estate (fine giugno-inizio luglio), quando i
magistrati entravano in carica. A Delo l’anno
cominciava invece dopo il solstizio d’inverno
e a Delfi dopo l’equinozio d’autunno.
A Roma, fino al 153 a. C., l’anno
cominciava il 1° marzo e veniva festeggiato
in occasione del primo plenilunio seguente sotto
la protezione della dea Anna Perenna. Nel 153
l’inizio dell’anno civile fu fissato al
1° gennaio, data di entrata in carica dei consoli.
Il cristianesimo mantenne il calendario
giuliano, ma spostò l’inizio dell’anno
dando luogo alla più grande anarchia. Mentre
i Bizantini facevano iniziare l’anno al 1°
settembre, i Latini adottarono svariati stili legati
a feste religiose. Lo stile della Circoncisione (1°
gennaio: proseguimento cristianizzato del calendario
giuliano) fu conservato solo in Spagna. Il 1° marzo,
inizio dell’anno religioso romano, si conservò
qua e là e in particolare fu adottato dai Veneziani.
Lo stile dell’Incarnazione (25 marzo) venne usato
soprattutto nel Mezzogiorno della Francia, in Germania,
in Inghilterra, mentre i Fiorentini vi rimasero fedeli
per tutto il Medioevo.
Lo stile della Natività
(25 dicembre), molto in uso nell’Alto
Medioevo, si conservò in Spagna insieme
allo stile della Circoncisione e fu adottato
dai papi di Avignone nel XIV secolo. La maggior complicazione
si ebbe quando nel XII secolo gran parte della cristianità
(e in particolare la Francia) adottò lo stile
pasquale, che faceva ricominciare l’anno con una
festa mobile.
Questa anarchia del calendario è molto
tipica della chiesa medievale: volontà di far
scomparire i costumi pagani, impotenza a dominare i
particolarismi regionali e locali, desiderio di imporre
le grandi feste cristiane come punto di riferimento
o, meglio, come punto di partenza.
Ci
volle la riforma di Gregorio XIII nel 1582
per far adottare a poco a poco dalla vecchia cristianità
medievale la data del 1° gennaio come inizio dell’anno.
Certi paesi avevano peraltro preceduto la riforma gregoriana:
cosi in Francia un editto di Carlo IX del 1564 —
entrato in vigore nel 1567
— rese obbligatoria l’adozione del 1°
gennaio come inizio dell’anno.
Il fatto più sbalorditivo è che per tutto
il Medioevo il 1° gennaio continuò a essere
festeggiato dal popolo come inizio dell’anno e
i mercanti lo adottarono molto spesso come punto di
partenza della loro contabilità annuale. Bell’esempio
— su cui si tornerà — della coesistenza
non solo di un calendario civile e di un calendario
religioso, ma spesso anche — e soprattutto —
di un calendario ufficiale (e colto) e di uno popolare.
Così nell’Occidente medievale si perpetuò
l’uso, derivato in particolare dall’antichità
romana e dai riti tradizionali contadini, delle strenne,
dei canti, dei carnevali dell’anno nuovo, riti
di passaggio e di rinnovamento.
Talvolta l’Anno Vecchio, manichino bruciato, sotterrato
o annegato o impiccato, oppure ragazzo travestito da
vecchia, accompagnato da un corteo beffardo (come la
Vecchia di Natali in Sicilia), incarnava la morte del
passato alla soglia del rinnovamento.
Jacques Le Goff, Storia e memoria, trad.
di M. V. Malvano e G. Girardello, Einaudi, Torino 1986.
Il calendario
di Anzio (Fasti Antiates) 
I due pannelli di affresco contengono i circa
300 frammenti ritrovati ad Anzio nel 1915.
Su un fondo bianco sono dipinti con i colori nero (atramentum)
e rosso (minium) il calendario (fasti
annales) e l’elenco dei magistrati eponimi (fasti
consulares), con i quali si identifìcavano gli
anni.
I Fasti Anziati sono i più antichi
finora conosciuti, e costituiscono testimonianza
unica del calendario numano di età repubblicana,
precedente alla riforma di Cesare.
Inoltre risulta noto soltanto un altro calendario dipinto,
quello più tardo trovato sotto la Basilica
di Santa Maria Maggiore.
Il Calendario di Palestrina

Nella città di Palestrina (Praeneste)
erano esposti i Fasti Praenestini, cioè
il calendario di Verrio Fiacco, gli
elenchi dei consoli romani e quelli dei magistrati della
colonia
. Frammenti di questo calendario sono stati trovati
durante gli scavi realizzati nel 1907 nell’area
del foro; altri, rinvenuti in diversi tempi e luoghi,
alcuni di notevoli dimensioni, consentono una, sia pure
parziale, ricostruzione del testo dei mesi di gennaio,
marzo, aprile e dicembre, anche se solo parziale. La
maggior parte di questi frammenti sono conservati nel
Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo che acquistò
i quattro pannelli dei Fasti nel 1902 attraverso una
vendita all’asta.
Il sistema del calendario romano, a differenza della
funzione ben più limitata di quello moderno,
dice molto, fornisce molti elementi per meglio comprendere
la vita religiosa e le attività civili di Roma.
Infatti riporta feste, ricorrenze di cerimonie in onore
di divinità, anniversari di dediche di templi,
celebrazioni di giochi e spettacoli e, dall’età
imperiale, diventato anch’esso un vero strumento
di propaganda, elenca avvenimenti storici collegati
agli imperatori, alla data della loro nascita e alle
loro assunzioni di cariche. Il calendario di Palestrina,
composto tra il 6 ed il 9 d.C., dal grammatico Verrio
Fiacco, è una importante documento della riforma
introdotta da Giulio Cesare nel 45 a.C., al fine di
mettere ordine nel sistema ancora in uso, attribuito
a Numa Pompilio, basato su un calendario luni-solare,
che aveva creato notevole confusione anche per lo slittamento
rispetto alle stagioni.
Il sistema giuliano, che, per compensare
lo sfaldamento, inserisce l’anno bisestile, adattato
con un aggiustamento successivo risalente al papa Gregorio
XIII, nel 1582, è quello ancora oggi utilizzato.
Da “Fasti Praenestini” di Marina Bertinetti
Il Calendario
romano
Nell’antica
Roma la religione veniva considerata una “religione
della festa” e il calendario uno strumento
con cui organizzare il tempo e unire tutti i cittadini
nella partecipazione a rituali che servissero ad assicurare
la protezione degli dei per qualsiasi attività
della comunità.
Durante la sua storia a Roma si usarono due calendari,
prima quello “numano” dal
nome del re Numa Pompilio, basato su un ciclo lunisolare;
poi quello “giuliano” voluto da
Giulio Cesare, basato sull’anno solare che corrisponde
a quello attuale.
Il più antico calendario era formato da 12 mesi,
di 31 o 29 giorni, per un totale annuo di 355giorni.
Per compensare la differenza rispetto all’anno
solare, ogni due anni bisognava inserire un tredicesimo
mese di circa 22 giorni chiamato “intercalare”
e questo compito spettava al collegio dei pontefici,
uomini che ricoprivano cariche politiche e che avevano
così il potere di allungare, o al contrario ridurre,
i tempi delle più importanti cariche, quelle
dei magistrati.
Cesare, nel periodo in cui ricoprì la carica
di pontefice massimo, decise di introdurre il
nuovo calendario che aveva la durata di 365 giorni,
dodici mesi e l’intercalazione di un giorno ogni
quattro anni nel mese di febbraio.
La divisione
del tempo nell’arco della giornata
Romani
dividevano il giorno in dodici ore, a partire
dall’alba, e la notte in quattro veglie,
a partire dal tramonto.
Poiché il numero di ore del giorno e della veglia
della notte è fisso, ne consegue che lo durata
reale di esse vana con il variare delle stagioni: d’estate
le ore del giorno sono più lunghe di quelle dell’inverno,
mentre le veglie della notte sono più brevi di
quelle invernali.
La suddivisione della notte in quattro veglie
deriva dall’ordinamento militare che prevedeva,
dal tramonto all’alba, quattro turni di guardia,
detti appunto «veglie».
Giorni fasti e giorni nefasti
I calendari romani registrano le feste e le attività
consentite in ogni giorno dell’anno, mese per
mese. Ogni mese era diviso in tre parti, in origine
corrispondenti alle fasi lunari (luna nuova, quarto
di luna, plenilunio): le Calende cadevano il primo giorno
del mese; le None nove giorni prima delle Idi; le Idi
a metà del mese (il 13 oppure il 15 nei mesi
di 31 giorni).
La funzione della settimana era svolta dalle Nundine,
che duravano otto giorni. Ogni giorno poteva essere
fastus, se si poteva amministrare la giustizia (giorno
lavorativo), nefastus se non si poteva svolgere alcuna
attività (giorno di vacanza, in cui poi vano
cadere le feste pubbliche), comitialis se si potevano
tenere le assemblee (giorno lavorativo). Altri giorni,
come l’anniversario della sconfitta di Canne,
erano atri (funesti): in essi erano proibiti la battaglia
o il matrimonio.
Il lavoro e le feriae
Il calendario, nell’ultima fase del periodo repubblicano,
comprendeva 45 feste pubbliche, più le Idi e
alcune Calende e None. A queste feste si aggiungevano
quelle mobili che cadevano in un giorno fisso e quella
straordinarie, volute dai magistrati in particolari
occasioni.. Si regolava così il ritmo del lavoro
e del riposo. Durante le feste era proibito anche agli
schiavi lavorare e svolgere altre attività. Solo
per gli agricoltori si potevano fare delle eccezioni,
come finire un lavoro già iniziato.
La logica del calendario
Il calendario aveva una certa logica e una certa razionalità.
Le feste coincidevano con grandi cicli meteorologici
o vegetativi (semina e raccolta), ricordavano e celebravano
la fondazione di templi o sottolineavano particolari
circostanze sociali (maternità, iniziazione ecc.).
La logica della costruzione del calendario si può
osservare anche nelle feste che commemoravano i defunti
(cosa che viene fatta anche ai nostri tempi).
Due
tra le feste romane più sentite si svolgevano
il 15 febbraio (LUPERCALIA) e il 17
dicembre (SATURNALIA).
La prima durava un solo giorno e si svolgeva in una
grotta ai piedi del Palatino dove erano stati allattati
dalla lupa Romolo e Remo secondo l’ antica leggenda.I
Luperci durante questa festa seguivano un rituale: sacrificare
una capra e con le pelli ricavate frustare chiunque
incontrassero; ma le donne adulte non si sottraevano
alle frustate perché ritenevano che le rendessero
fertili.
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