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TRILUSSA
(1871 - 1950)
Trilussa è il poeta romano Carlo Alberto Salustri,
il quale scelse questo pseudonimo da un anagramma del
proprio cognome.
È autore di un gran numero di poesie
in dialetto romanesco, alcune delle quali in
forma di sonetti.
Dopo la pubblicazione dei versi belliani, verso la fine
del 19º secolo diversi poeti romani avevano cominciato
a scrivere in dialetto.
Lungi dall'essere un intellettuale - Trilussa non aveva
brillato negli studi - fonte della sua ispirazione erano
le strade di Roma, assai più
che i libri.
Quando un giornale locale gli pubblicò i primi
versi, questi conobbero presto il consenso dei lettori
e furono in seguito pubblicati nella prima delle sue
molte raccolte di poesie.
La sua fama crebbe, e tra il 1920 e il 1930 la sua notorietà
raggiunse il culmine; tuttavia Trilussa non frequentò
mai i circoli letterari, ai quali continuava a preferire
le osterie.
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Negli
anni successivi, però, la struttura sociale della città
doveva cambiare profondamente; l'ispirazione che il poeta traeva
così intimamente dalle vecchie atmosfere romane era destinata
pian piano ad abbandonarlo. I suoi anni migliori giungevano
così al termine.
Eppure, a soli pochi giorni dalla sua morte, gli veniva riconosciuto
il titolo di senatore a vita per alti meriti
in campo letterario e artistico: "Siamo ricchi!" fu
il suo ironico commento alla vecchia governante nell'apprendere
la notizia, ben sapendo che tale titolo non era molto più
che una carica onorifica.
Circa 80 anni prima, Belli era stato ispirato dal netto contrasto
fra le classi sociali più alte e quelle più basse,
e dalla lotta per l'essenziale che quest'ultime quotidianamente
sostenevano; ma la Roma fin de siècle aveva ben altra
struttura sociale: la piccola borghesia (dalla quale Trilussa
stesso proveniva) era ora cresciuta, era la classe più
rappresentata.
Le sue poesie sono dunque popolate da tipici personaggi di un
mondo piccolo-borghese (la casalinga, il commesso di negozio,
la servetta, ecc.).
La
lumaca
La Lumachella de la Vanagloria,
ch'era strisciata sopra un obbelisco,
guardò la bava e disse: - Già capisco
che lascerò un'impronta ne la Storia.
TRILUSSA
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Favole
Pe’
conto mio la favola più corta
è quella che se chiama Gioventù:
perché... c’era una vorta...
e adesso non c’è più.
E la più
lunga? E’ quella de la Vita:
la sento raccontà da che sto ar monno,
e un giorno, forse, cascherò dar sonno
prima che sia finita...
TRILUSSA
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