|
Per
molti non-romani la comprensione del romanesco parlato
presenta qualche difficoltà, ma la comprensione del
romanesco scritto potrebbe
forse risultare ancor più ostica.
Diversamente da molti altri dialetti, la struttura della
frase rimane simile a quella italiana;
ciò che differisce maggiormente sono le singole parole,
per come esse sono pronunciate, ma anche per come vengono
scritte.
In particolare, ciò che nei testi in dialetto spesso
colpisce (e disorienta) è la selva di
accenti e di apostrofi, necessari a rendere il
suono dei molti vocaboli che il romanesco elide o tronca,
nonché le molte consonanti raddoppiate, a volte persino
all'inizio dei vocaboli.
Come avviene per quasi tutti gli altri dialetti, anche
per il romanesco la trascrizione non segue regole specifiche
di ortografia: quest'ultima
è solitamente basata sul tentativo di riprodurre più
o meno fedelmente la pronuncia, il suono delle singole
parole. Per questo motivo, a volte, si può incontrare
un medesimo vocabolo reso in modo leggermente diverso
a seconda dei testi, anche
perché alcuni autori tendono a semplificare l'ortografia,
confidando nella conoscenza del romanesco da parte dei
lettori, e lasciando così questi ultimi liberi di interpretare
la pronuncia dei singoli vocaboli.
Ma in ogni caso, il dialetto di Roma è più simile all'italiano
di quanto non lo siano quelli di altre
città o regioni.
|
Le parti che seguono hanno un valore più ludico
che didattico: ovviamente è ben lungi da me il serio
tentativo di insegnare il romanesco ai non-romani e, perché
no, a quegli stessi romani che magari masticano tre o quattro
lingue straniere senza poi comprendere chi, al mercato, li invita
a capà le perziche
(ovvero a "scegliere le pesche").
A ciò si aggiunga il fatto che oggi il dialetto è spesso
investito - e a torto - di una connotazione negativa, plebea,
travisandone così il significato puramente tradizionale.
Eppure un tempo, a Roma, perfino i
principi e i papi parlavano romanesco.
Appunto in questa prospettiva culturale, senza alcun intento
"conservatore", ho tentato di riassumere gli elementi
principali del romanesco originale, quello cioè
usato da G.G.Belli per i suoi "Sonetti", evidenziando anche
l'evoluzione che in quasi duecento anni questo dialetto ha subìto (come del resto avrebbe fatto qualsiasi altra lingua
"ufficiale").
| Ma nun c'è lingua come la romana
Pe dì una
cosa co ttanto divario*
Che ppare un magazzino de
dogana.
da "Le
lingue der monno",
G.G. Belli
* varietà
|
·
GLI ARTICOLI
o
L'articolo determinativo maschile singolare il diventa er : il gatto diventa er gatto;
il cane diventa
er cane; ecc.
o
L'altro articolo determinativo maschile singolare, lo, rimane tale.
o
Quello maschile plurale gli
diventa li,
con un'elisione dovuta al fatto di essere sempre seguito da
vocale: gli occhi diventa l'occhi; gli animali diventa l'animali;
ecc.
o
L'altro articolo maschile plurale, i, cambia a li, senza elisione: i
santi diventa li
santi; i lampioni
diventa li lampioni; ecc.
o
Gli articoli femminili la
e le rimangono
invariati.
o
Gli articoli indeterminativi uno
e una di solito
perdono la "u", divenendo 'no
and 'na: uno specchio diventa 'no specchio; una capra diventa 'na capra;
ecc.
o
L'altro articolo un rimane invariato, ma se è seguito da una vocale, questa oppure
la "u" vengono elisi. La vocale
cade quando ciò non crea problemi di comprensione alla parola
medesima: sopra un tavolo diventa sopr'un tavolo (sopra è comprensibile anche se troncato).
Se la vocale non può essere eliminata a volte la "u"
cade: è un gatto! diventa
è 'n gatto! (essendo impossibile elidere
il verbo è);
a volte però nessuna delle due vocali viene
elisa, pur tuttavia venendone pronunciata solo una, in ottemperanza
alla suddetta regola.
|

il
lo
i
gli
la
le
un
uno
una
|

er
lo
li
l'
la
le
un ('n)
'no
'na
|
DIALETTO MODERNO
- Tutti gli articoli che cominciano per "l"
tendono a perderla (specialmente nel linguaggio parlato): la
sposa diventa dunque 'a
sposa, le strade diventano 'e strade, ecc.,
e ciò vale anche nella costruzione delle preposizioni composte
(vedi sotto).
PREPOSIZIONI COMPOSTE
Molte preposizioni composte in romanesco vengono
scisse nelle loro componenti:
·
dello, della, dei o degli,
delle, si trasformano in de lo, de la, de li,
de le; invece del resta der (vedi paragrafo successivo,
cambio di "l" con "r").
·
col, collo, colla, ecc. diventa cor,
co lo, co la, ecc.; da notare che nel romanesco classico la preposizione
semplice con
viene semplicemente accorciata in co, senza apostrofo (e non elisa in co' ).
·
dallo, dalla, ecc. diventano dar, da lo, da la,
ecc.
·
al, allo, alla, ecc. diventano ar, a lo, a la, ecc.
·
nel, nella, ecc. seguono la stessa regola
(ner,
ne lo, ecc.)
ma spesso alle due particelle viene inframezzato
de come rafforzativo, per cui la preposizione
torna ad essere quella semplice ("in"): nella chiesa diventa in de la chiesa; nel mondo può diventare in der monno; ecc.
·
sul, sullo, sulla, ecc. segue la stessa regola (sur, su lo, su la, ecc.) ma in tal caso vi viene
spesso anteposto in
come rafforzativo: sulla
scala diventa in
su la scala (spesso reso anche con in
zu la scala).
Quando la preposizione semplice co è seguita da un,
solitamente diventa cor
(per motivi fonetici): con
un coltello diviene cor
un cortello.
Tuttavia in romanesco moderno è anche più
frequente la forma co 'n cortello
.
|

del, col, dal, al, nel, sul
dello, collo (con lo), dallo, allo, nello, sullo
dei, coi, dai, ai, nei, sui
degli, cogli (con gli), dagli, agli, negli, sugli
della, colla (con la), dalla, alla, nella, sulla
delle, colle (con le), dalle, alle, nelle, sulle |

der, cor, dar, ar, ner,
sur
de lo, co lo, da lo, a lo, ne
lo (in de lo), su lo (in su lo)
de li, co li, da li, a li, ne
li (in de li), su li (in su li)
de l', co l', da l', a l', ne
l' (in de l'), su l' (in su l')
de la, co la, da la, a la, ne
la (in de la), su la (in su la)
de le, co le, da le, a le, ne
le (in de le), su le (in su le) |
DIALETTO MODERNO
Spesso cor è scritto cór, per distinguerlo da còr (cioè
còre
= cuore); tuttavia,
è assolutamente improbabile che in dialetto romano la parola
"cuore" venga mai abbreviata in tal senso: l'uso di
porre un accento acuto sulla preposizione è quindi, a mio personale
avviso, abbastanza ingiustificato, ma può comunque servire a
sottolineare il suono molto chiuso che la vocale "o"
deve assumere.
A causa della perdita della "l" da
parte degli articoli (come spiegato nel paragrafo precedente),
de lo, co lo, ecc. vengono ora pronunciati secondo
questa regola fonetica: l'ultima vocale della preposizione semplice
(de, co,
ecc.) diventa la stessa vocale dell'articolo che segue, e che
ha perso la "l".
Di conseguenza, della
sposa è ora da'a
sposa, nelle strade suona come ne'e strade, nello spazio diventa no'o spazzio,
ecc. ecc.
Notare che la doppia vocale è pronunciata senza interruzione
nella voce, come un'unico suono molto
lungo.
DITTONGHI E TRITTONGHI
Tre vocali all'interno di una medesima sillaba non sono compatibili
con la pronuncia romanesca, che ama i suoni cadenzati, e che
quindi interviene sui dittonghi e i trittonghi accorciandoli
o alterandoli di conseguenza: miei, tuoi, suoi, divengono
rispettivamente mia,
tua o tui, sua o sui: i libri tuoi diventa li libbri tua
(o tui);
i miei parenti
diventa li parenti
mia; ecc.
Talora la regola viene applicata anche
ai plurali nostri e vostri (più per associazione fonetica con i precedenti che per
reale difficoltà di pronuncia): i
soldi vostri diventa li
sordi vostra (ma anche più spesso viene lasciato nella
forma vostri ).
Altri vocaboli contenenti sillabe con tre vocali vengono corrotti
eliminandone una, in genere l'ultima prima dell'accento, come
in aiuola, che diventa aiòla, o
in puoi, che
diventa pòi; oppure
il vocabolo viene parzialmente modificato: bue, buoi diventa bove,
bovi; ecc.
Alcune volte anche due sole vocali vengono spezzate, se il loro
suono è molto diverso (ad esempio i dittonghi "...au...",
"...io...", ecc.), mediante l'inserimento di una consonante:
paura diventa pavura, Paolo diventa Pavolo, piòlo diventa spesso piròlo,
ecc.
Infine, in qualche caso dal dittongo viene
rimossa la vocale non accentata: miele diventa mèle, ecc.; ma ciò non avviene spesso:
ad esempio piede, bianco,
fiato, ecc. restano tali.
(cfr. anche il successivo paragrafo
CAMBIO DI "I" CON "R")
LA PRONUNCIA DEI GRUPPI
"CE" E "CI"
All'interno delle parole, il gruppo "ce"
viene pronunciato in modo scivolato, come "sce",
e alcune volte persino scritto come tale: cena è pronunciato (e talora scritto) scena, aceto
come asceto,
piacere come
piascere,
ecc.
Quando da solo (nel senso di "ivi") il suono è meno
scivolato: ci stava diventa ce stava (comunque mai scritto sce stava).
Anche il suono di "ci" è molto scivolato, ma mai scritto
"sci".
Al contrario, il suono di "ce" o "ci" non
è mai scivolato quando la "c" è doppia: annacce (andarci), acciaccà (schiacciare), ecc.
CAMBIO DI LETTERE
·
cambio di l con r
Nelle parole in cui la lettera "l" precede una consonante,
la prima normalmente diviene "r" (sempre pronunciata
molto dura e arrotata): calcio
diventa carcio;
almeno diventa armeno; falce diventa farce;
alto diventa
arto; ecc.
Ciò vale anche per i monosillabi che terminano in "l":
il diventa
er,
al diventa ar, quel diventa quer, col diventa cor, ecc.
In alcuni casi "l" diventa "r"
anche quando è preceduta da una consonante, singola o doppia:
plico diventa prico; flemma diventa fremma; applicare diventa appricare;
ecc.
Tale cambio non avviene mai, invece, se la "l" è doppia:
palla, collo, ecc. rimangono tali e quali.
Un'eccezione è costituita dalla parola altro
che cambia in antro,
con "n", anche se nel romanesco moderno è frequente
la forma artro, ecc..
Anche il femminile e i plurali cambiano nello stesso modo (altra diventa antra, altri diventa antri, ecc.).
·
cambio di nd con nn e di
ld con ll
Questi gruppi cambiano semplicemente per comodità di pronuncia:
quando diventa quanno; andato diventa annato; mando diventa manno; ecc.
Similmente, caldo
di solito diventa callo
(ma in accordo al suddetto cambio di "l" con "r"
potrebbe di rado diventare cardo
), ecc.; il cambio avviene anche nelle parole composte contenenti
"caldo" o "calda": scaldaletto
diventa scallaletto,
riscaldato diventa
riscallato
(o ariscallato,
vedi anche in fondo al paragrafo VERBI), etc.
In altri vocaboli, invece, il gruppo "ld"
diventa "rd", secondo la
regola precedente descritta: falda
diventa farda;
soldi diventa
sòrdi;
ecc. ecc.
·
cambio di i con e (e viceversa)
In molti monosillabi contenenti la "i", questa diventa
"e": il
diventa er (e la
"l" cambia in "r"); di diventa de;
ci (ivi) diventa
ce; ti diventa te;
ecc.
Anche la parola dito cambia a deto.
Anche si
(riflessivo) diventa se;
al contrario, se
(condizionale) diventa si:
per cui se si sapeva diventa
si se sapeva
(in genere scritto si
sse sapeva, vedi sotto il paragrafo
RADDOPPIO DI CONSONANTI); ecc.
La "i" cambia in "e" anche nelle particelle
...mi, ...ti, ecc., che diventano ...me, ...te, ecc.
·
cambio di s con z
Quando una parola comincia con "s" seguita da una
vocale, talora diventa "z" (sempre pronunciata dura,
come "ts"): il soldato
diventa er zordato; il
santo diventa er zanto; ecc.
Questo cambio è l'equivalente al rinforzo del suono delle parole
mediante raddoppio di consonante, la
cui regola è descritta nel paragrafo successivo.
·
cambio di gli e di li con j
Per comodità di pronuncia il gruppo "gli" si trasforma
in "j" (che, come anche in italiano, è pronunciata
come una "i" molto scivolata): figlia
diventa fija;
paglia diventa
paja; consiglio diventa conzijo
(notare il cambio di "s" con "z"); gli (a lui) diventa je (è uno
dei monosillabi che cambiano anche la "i" con "e").
In un numero limitato di vocaboli, anche il gruppo "li"
cambia in "j" (quando il suo suono è simile a "gli"):
olio diventa ojo; ecc.
·
cambio di i con r
Nei seguenti gruppi "...aio",
"...aia", "...aie", "...ai" (più
correttamente "...aii",
o "...aî"), la "i" si trasforma in "r":
un paio diventa un paro;
macellaio diventa
macellaro;
portinaî diventa
portinari;
cucchiaio diventa
cucchiaro,
ecc. (vedere anche sopra: DITTONGHI E TRITTONGHI).
Ci sono tuttavia delle eccezioni: guaio
non cambia affatto, saio
idem, ecc. Anche nei gruppi "...iolo",
"...iola", "...ioli",
"...iole", la "i" diventa "r",
ma quasi esclusivamente nei vocaboli che indicano un'attività
lavorativa: ad esempio vinaiolo
diventa vinarolo;
ecc., ma paiolo
rimane tale e quale, benché il cambio talora avvenga anche per
vocaboli generici (piolo diventa pirolo ).
Questa forma in ...rolo, ...rola ecc. è usata per le attività (particolarmente
quelle lavorative), anche se il corrispettivo italiano non termina
in ...iolo,
ecc.: fruttivendola
diventa ugualmente fruttarola
(da "fruttaiola"); pescivendoli
diventa comunque pesciaroli
(da "pesciaioli"); cagnaroli, cioè coloro che fanno fracasso (in romano cagnara); ecc.
·
cambio di ng con gn
Il gruppo "ng" seguito dalla
"i" o dalla "e" spesso diventa "gn",
rinforzato in "ggn": piange diventa piaggne; ecc.
Quando "ng" è seguito da
"i" or "hi" questi si perdono: mangiate
diventa maggnate; unghie diventa uggne (o più spesso ancora
oggne);
ecc.
Se invece è seguito da altre vocali
o altri gruppi, non cambia: vanga
rimane tale; Ungheria
diventa Ungaria
(ma "ng" rimane tale).
·
cambio di uo con o
Come sopra, il gruppo "uo"
è troppo...difficile per i romani, che lo contraggono in "o":
cuore diventa core; vuoto diventa voto;
buono diventa
bono; uovo diventa ovo; ecc.
In questi vocaboli la lettera "o" si pronuncia molto
aperta (talora la grafìa è còre, vòto, ecc.)
Il cambio non avviene nei monosillabi, come tuo e suo, che
restano invariati (ma solo se non sono seguiti dall'oggetto
o dalla persona posseduti, cfr. il
paragrafo ELISIONI).
·
cambio di o con u (e viceversa)
In un certo numero di casi, se in italiano la "o"
è molto stretta, in romanesco diventa "u": non
cambia in nun;
foglietta (tipica
misura romana di vino) diventa fujetta. In altri casi accade l'opposto: fungo diventa fongo; unghia diventa oggna (notare anche il cambio
di "nghi" a "ggn", in accordo a quanto detto poc'anzi).
·
cambio di r con una consonante (raddoppiata)
Quando la "r" è l'ultima lettera di un verbo all'infinito
seguito da una particella pronominale ("mi", "ti",
"lo", "la", "ci", "vi",
"li", "le") o riflessiva ("si"),
questa si trasforma di solito nella prima consonante della particella,
che viene così raddoppiata: vederti
diviene vedette ; portarlo diviene portallo ; costruirci
diviene costruicce
("ci" diventa infatti "ce", vedi sopra);
ecc...
Solo nel caso in cui la particella che segue il verbo è "gli",
"le" o "loro" (il cui corrispondente romano
è per tutte "je"), la "j"
non viene raddoppiata (anche se il suono della consonante è
forte, pronunciato come se la "j" fosse doppia): costruirgli
diviene costruije
; portarle diventa
portaje
; dar loro diventa
daje ; ecc.
Fanno anche eccezione i verbi della seconda coniugazione con
accento sulla terzultima sillaba, come prendere,
spingere, cuocere, stringere, credere,
ecc. ecc., ma anche quei pochi verbi
che in romano "spostano" l'accento della forma italiana
(ad esempio: bere , che in romano diventa beve, dalla forma arcaica bévere);
questi verbi perdono semplicemente la "r" senza raddoppiare
la consonante: prenderla
diviene prendela;
crederci diventa
credece
(notare il cambio di "ci" in "ce"); bersi diventa bévese (con cambio simile al
precedente); ecc. ecc.
|
PRINCIPALI CAMBI
da L ad R
da I ad E
da S a Z
da ND a NN
da GLI o LI a J
da I ad R
da NG a GN
da UO a O
da R a doppia consonante
|

salto
vi
penso
mandato
quaglia
carbonaio
attinge
cuoco
lavarle
|

sarto
ve
penzo
mannato
quaja
carbonaro
attigne
coco
lavalle
|
IL RADDOPPIO DI CONSONANTI
Il suono del romanesco è più duro dell'italiano: le parole che
iniziano con una consonante, se precedute da vocale, spesso
la raddoppiano per rinforzarla, derivandone un suono assai più
enfatico.
Alcuni esempi: qualche
cosa diventa quarche ccosa;
e poi diventa e ppoi;
un uomo buono diventa un omo bbono;
ecc.
Se la lettera "s" dev'essere
rinforzata, di solito diventa "z" (cfr.
anche il paragrafo precedente, CAMBIO DI "S" CON
"Z") se è preceduta da consonante: il sonno diventa er zonno; un
soldo diventa un
zordo; etc.
Se "s" segue una vocale, raddoppia come qualsiasi
altra consonante: può
sapere diventa pò ssapé,
sei e sette diventa sei e ssette;
etc.
Il raddoppio a volte si applica in altre parti della parola:
vocabolario
diventa vocabbolario, ; numero
diventa nummero;
ecc.
In alcuni gruppi ciò avviene costantemente.
·
In "gn",
è la "g" che raddoppia: ragno
diventa raggno;
campagna diventa
campaggna;
Agnese diventa
Aggnese;
ecc.
·
In ...izio, ...izia, ...izie, ...izi, la "z" viene
raddoppiata: esercizio
diventa esercizzio;
amicizia diventa
amicizzia;
pulizia diventa
pulizzia;
vizi diventa
vizzi.
Ciò non accade, invece, se la "z" è preceduta da consonante:
mercanzia rimane tale; ecc.
In un minor numero di casi, è una doppia consonante nella parola
italiana a divenire singola in romanesco: uccello
diventa ucello
(pronunciato molto 'scivolato'); quattrini
diventa quadrini (con la "t" cambiata in "d");
ecc.
·
DIALETTO MODERNO - Molte consonanti doppie non vengono
più scritte, specialmente quelle all'inizio di vocabolo, ma
sono comunque pronunciate con forza, come doppie.
Un altro cambiamento occorso è il frequente dimezzamento della
doppia "r": terra,
che nel dialetto originale non avrebbe subìto
alcuna modifica, oggi è pronunciata (e scritta) tera;
errore ora è
erore, e
così via; questa forma la si nota già nei lavori di Trilussa
(primi decenni di questo secolo) ma mai, ad esempio, in quelli
di G.G.Belli (1830 c.ca).
LE ELISIONI E GLI ACCORCIAMENTI
·
La preposizione per è sempre accorciata in pe (eventualmente rinforzata
in ppe):
per mangiare e per
bere diventa pe mmaggnà e ppe beve; ecc.
In tempi più recenti si tende ad usare l'apostrofo, nella forma
pe' (una vera elisione).
·
Gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo sono
sempre troncati in mi',
tu',
su' se precedono l'oggetto o la persona posseduti: il mio libro diventa er mi' libbro; le
tue sorelle diventa le
tu' sorelle; il suo giardino diventa er su' ggiardino
(da notare come su' non rinforzi la
"s" in "z"); ecc.
·
I pronomi questo, questa,
questi, queste, sono assai spesso accorciati
in sto,
sta, sti, ste : questi fatti diventa sti fatti; questa casa e questo giardino diventa sta casa e sto ggiardino; ecc.
DIALETTO MODERNO
·
La forma pronominale anzidetta (sto, sta, ecc.) in romanesco moderno
è resa con l'apostrofo all'inizio di vocabolo:
'sto, 'sta, ecc.
ecc.
·
Quando una
parola termina per vocale ed è seguita dall'articolo er, talora l'ultima vocale
o la lettera "e" si elidono, prendendo l'apostrofo.
In genere è la prima "e" dell'articolo a cadere: la moglie e il marito diventa la moje e 'r marito (non essendo possibile elidere la
congiunzione e
).
Talora non si elide nessuna vocale e non vi è nessun cambiamento
di rilievo: volete il sale o il pepe? può diventare volete
er zale
o 'r pepe?, ma può benissimo rimanere volete
er zale o er
pepe?.
·
Il numero due perde la "e" davanti a qualsiasi altro nome (come
per mio): due uomini diventa du' ommini;
due botti diventa
du' botti; ecc.
Allo stesso modo, gli altri numeri che terminano per vocale
la perdono, ma solo se seguiti da un'altra vocale: cinque
anni diventa cinqu'anni, otto e mezzo diventa ott'e mmezzo.
Ma nove bottiglie
rimane nove bbottiglie, tre
cappelli non cambia affatto, ecc.
Si noti anche come la forma du'
rimane solitamente separata dal nome che segue, mentre
per gli altri numeri l'elisione ne provoca l'unione alla parola
seguente.
Nota: la parola due,
nella forma originale del dialetto, quando non è seguita da
altro suono diventa spesso dua:
dammene due
diviene dammene dua,
ecc.
·
Quando due nomi sono strettamente legati
per associazione di idee, o perché
parte di un modo di dire comune, il primo dei due talora perde
la vocale finale; ciò conferisce alla pronuncia dell'espressione
un ritmo più cadenzato: il padrone di casa diventa er padron de casa;
a Fontana di Trevi
diventa a ffontan
de Trevi; un bicchiere di vino diventa un bicchier de vino; un
boccone di pane diventa un
boccon de pane; ecc. Notare come non vi sia elisione
(quindi niente apostrofo), ma un semplice accorciamento.
Questa regola non è fissa.
·
In genere, la parola ogni perde la "o" e diviene
'gni,
anche nelle parole composte: ogniqualvolta
diventa 'gniquarvorta,
ecc.
VOCATIVO
Nella lingua parlata la frase viene
aperta molto frequentemente da una locuzione vocativa. Se questa
è rivolta ad una persona specifica, la forma più usata è quella
in cui il nome dell'interlocutore, troncato alla penultima sillaba,
è preceduto dalla particella vocativa a (equivalente all'italiano o):
Signore,...(ecc.
ecc.) diventa A siggno',...
Ragazzi,...
diventa A rega',...
Piero,... (oppure
Pietro,...) diventa A Pie',...
Giovanni,...
(oppure Giovanna,...) diventa A Giuva',...,
e così via.
Spesso la vocazione viene ulteriormente rafforzata anteponendovi
la particella ahó
(che equivale a ehi):
Ehi, Francesco,...(ecc.) diventa Ahò, a France',....;
Ehi, signore...
diventa Ahó, a siggno'...,
e così via.
VERBI
·
INFINITO
Tutti i verbi in ...are
e ...ire perdono
"re", divenendo vocaboli tronchi: andare diventa andà, venire
diventa venì;
guardare diventa
guardà;
ecc.. É invalso l'uso di scriverli con l'ultima lettera accentata,
anziché con l'apostrofo.
Per i verbi in ...ere la forma in romanesco
dipende da dove cade l'accento nel vocabolo italiano: se cade
sulla penultima sillaba si applica la stessa regola: cadere diventa cadé; volere
diventa volé,
ecc.
Per i verbi con un accento sulla terzultima
sillaba il vocabolo romanesco perde "re" ma non è
tronco (mantenendo l'accento originale): prendere
diventa prende; credere diventa crede;
ecc. Talora lo stesso accade anche con verbi del gruppo precedente:
vedere diventa più spesso vede (ma talora vedé ), sedere diventa solitamente sede (ma in alcuni casi sedé ).
L'ultima e o
é ha sempre una pronuncia chiusa.
Quando l'infinito è seguito dalle particelle ...mi, ...ti,
...lo, ...la, ...ci, ...vi,
...li, ...le, se il verbo in romanesco è tronco queste raddoppiano la
consonante: tirarle
diventa tiralle
(cioè tirà
+ le raddoppiata),
sentirvi diventa sentivve
(particella che terminando per "i" cambia in "e"),
pagarci diventa pagacce, ecc.
Ciò non accade con la particella ...gli
(che in romanesco traduce anche ...le
e loro), che
diventa ...je (non
raddoppiato): dargli;
darle o dar loro diventa sempre daje, ecc.
Nei verbi non tronchi il raddoppio delle particelle non avviene
mai: prenderlo diventa prendelo;
cuocerle diventa
còcele (il
dittongo "uo" diventa una
"o"), ecc.
·
PRESENTE
Nei verbi regolari il presente non cambia di molto (sempre in
conformità alle regole anzidette): salta
rimane sarta
(solo cambiando la "l" con "r"); vendo
rimane venno
(cambiando "nd" con "nn").
La prima persona plurale ...iamo perde la "a", e talora cambia la rimanente
vocale per acquisire quella del corrispondente infinito: dormiamo diventa dormimo
(essendo l'infinito dormire);
cadiamo diventa
cademo (da
cadere); guardiamo diventa guardamo
(da guardare);
ecc.
La terza persona plurale cambia in ...eno in tutti i verbi: dormono diventa dormeno; sentono
diventa senteno;
alzano diventa
arzeno;
ecc.
. Ovviamente gli accenti cadono sulle stesse sillabe che in
italiano.
I verbi irregolari hanno qualche differenza in più:
o Essere cambia nel seguente modo: sono (1ª singolare e 3ª plurale) diventa
comunque so' ; siamo diventa semo ; siete diventa sete (talora scritto séte ); molti altri non cambiano,
pur seguendo le regole generali.
o Avere: abbiamo diventa avemo; le restanti persone
sono uguali a quelle in italiano.
o Potere: possiamo diventa potemo; possono
diventa ponno.
o Venire: vieni diventa venghi (per assonanza con vengo), viene diventa viè; veniamo diventa venìmo e vengono
diventa vèngheno
(come per i verbi regolari).
o Per verbi
come conoscere,
uscire, ecc.,
nei quali la prima persona singolare esce in ...sco, anche la seconda singolare
esce spesso in ...schi, per semplice assonanza con la prima persona:
tu lo conosci
spesso diventa tu lo conoschi,
quando esci da casa
diventa quanno eschi de casa
(anche se un'altro verbo usato spesso in luogo di uscire è sortire
: quanno sorti de casa), ecc.
È frequente, nell'uso di "avere", anteporre al verbo
la particella "ci", che nella trascrizione viene
spesso legata graficamente al verbo, per rispettarne la pronuncia:
o ho diviene ciò (cioè: "ce ho" ), hai
diviene ciai,
ha civiene
cià,
abbiamo diviene
ciavemo,
ecc. ecc.
o ciò vale anche per gli altri tempi: avevo diviene ciavevo, avrete diviene ciavrete, ecc...
o la particella "ci" quando isolata o in fondo
alla parola diviene ce
(vedi anche sopra): l'infinito di questo verbo, averci, in romano suona infatti avecce (notare il raddoppio
di "c" che sostituisce la "r", essendo i
romani ...poco inclini a pronunciare alcuni gruppi di consonanti
fra cui, appunto, "rc").
o Specialmente
in tempi più moderni, l'uso di "ci"
con "avere" viene reso graficamente elidendo la particella
e mantenendo il verbo nella sua forma originale: hanno
diventerebbe c'hanno
(anziché cianno),
abbiamo diventerebbe
c'avemo
(anziché ciavemo),
ecc.: è tuttavia evidente come in questo modo il risultato ortografico
appaia assai meno spontaneo, e soprattutto poco aderente alla
verace pronuncia romana.
·
FUTURO
Non ci sono modifiche.
Solo nel verbo andare
il gruppo "..dr.." è
sempre allungato in "..der..":
andrò diventa anderò, andranno diventa anderanno,
ecc.
Per lo stesso motivo, nel verbo potere
la voce potrò
diventa poterò,
potrai diventa poterai, ecc.
·
IMPERFETTO
Non vi sono cambiamenti (ferme restando le regole generali),
ma la prima persona plurale e, più di rado, la seconda plurale
(in italiano solitamente ...vamo
e ...vate) talora
divengono ...mio:
andavamo diventa
annavàmo,
o talora annàmio
(notare come l'accento viene arretrato di una sillaba in quest'ultima
forma); rispondevamo
diventa risponnevàmo,
oppure risponnémio;
tornavate può
non cambiare affatto, ma in qualche caso può diventare tornamio; ecc.
Attualmente, la forma in ...mio è caduta un po' in disuso.
·
PASSATO REMOTO
La forma più comune in romanesco è in ...etti
per la prima persona singolare e ...ette per la terza singolare, ma possono esistere
altre forme diverse, senza una regola specifica: morì diventa morette
o anche morze;
corse potrebbe
diventare corrette,
ma potrebbe anche rimanere corze (con "z" per rinforzare il suono); andai e andò più spesso divengono aggnedi e aggnede,
ma talora rimangono annai
e annò.
In molti altri casi, però, rimane la forma italiana: aspettò non cambia, come pure guardò, ecc.
La prima persona plurale, ...ammo, ...emmo
o ...immo, cambia spesso in
...assimo, ...essimo, ...issimo: vedemmo diventa vedessimo, andammo diventa andassimo,
ecc.; questa forma è particolarmente frequente nei sonetti del
poeta romano Cesare Pascarella.
La terza persona plurale in ...arono cambia spesso in ...onno od ...orno, mentre ...irono diventa ...inno: andarono
diventa andonno
o andorno;
sparirono diventa
sparinno;
ecc.
·
CONGIUNTIVO PRESENTE
In genere le persone che terminano in ...a cambiano a ...i, mentre ...ano diventa ...ino:
possano può diventare possino
o pozzino
(con la doppia "s" cambiata in doppia "z"
per un suono più forte); abbiano
diventa abbino (sarebbe abbiino, ma ovviamente una
delle "i" si elimina); venga
diventa venghi;
ecc.
·
CONGIUNTIVO PASSATO
Non è molto usato; la seconda persona plurale, che in italiano
termina in ...este
diventa ...essivo:
poteste diventa
potessivo,
ecc.
·
CONDIZIONALE
La prima persona singolare (che in italiano termina in ...ei) cambia in ...ia: metterei diventa metteria;
ecc.
DIALETTO MODERNO - In tempi più recenti la prima persona
singolare ...ia è
cambiata in ...ebbe
(come la terza persona singolare in italiano): io metterei diventa più spesso io metterebbe (anziché io
metteria ).
·
IMPERATIVO
Per i verbi regolari, le voci cambiano solo se la seconda persona
singolare è seguita dalle particelle pronominali ...mi,
...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi,
...li, ...le. In questo caso la "i" del verbo solitamente
cambia in "e": vendilo
diventa vendelo
(o vennelo
); mettile diventa
mettele;
etc. Alcune di queste particelle cambiano in base alle regole
generali: prendici diventa prendece
(poiché ci cambia
in ce); lavati diventa lavete; ecc. Ancora, il dialetto
romanesco non fa alcuna distinzione fra ...gli, ...le, loro: divengono tutti ...je (equivalente di ...gli). Dunque
scrivigli,
scrivile
e scrivi loro
diventano tutti e tre scriveje.
Anche i verbi irregolari in genere rispettano la forma italiana
(con eventuali cambi per soli motivi di pronuncia); una delle
poche eccezioni comuni è vieni , che diventa viè.
Ai verbi che esprimono una reiterazione, in genere inizianti
per "ri..." (rivedere = vedere ancora; ricominciare = cominciare di nuovo;
ecc.) accade spesso che il romanesco anteponga una "a":
riprendere diventa ariprende;
ritornare diventa
aritornà;
ecc.
Ciò accade talora anche a verbi che hanno un inizio simile ("ri...", "re...", "ra...")
ma che non esprimono direttamente una reiterazione (o non la
esprimono affatto): riconoscere
diventa ariconosce;
raccontare diventa
ariccontà;
raccogliere
diventa ariccoje;
ecc.
Altri cambiamenti possono aversi nella stessa radice del verbo:
trasportare spesso diventa straportà;
bere diventa
beve (poiché fa riferimento alla forma
del verbo in italiano arcaico, bevere ); ecc.
Infine, i cambiamenti più esilaranti sono senz'altro
quelli che derivano da convinzioni errate circa
l'origine o il significato di un vocabolo.
Un paio di classici esempi. Il popolino diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse
da "Mosè" e non da "musa".
E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana:
il perché si evince da un sonetto di G.G.Belli:
| Be', se
dirà zanzare
pe le stampe;
Ma sso' zampane:
eppoi, santa Lucia!,
Nun je
le vedi lì ttante de zampe? |
Beh, si dirà "zanzare" nei testi stampati;
Ma sono "zampane": e poi, santa Lucia!,
Non vedi lì che hanno tanto di zampe? |
|