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èsse anticaj'e
ppetrella
èsse de li tempi de Checch'e
Nnina
Entrambe
le espressioni vengono riferite
ad oggetti, utensili, ecc. "vecchi ed obsoleti",
e come tali inadatti all'uso che se ne dovrebbe poter
fare. La sfumatura che se ne ricava, comunque, è sempre negativa, ma non troppo cattiva. La prima
delle due espressioni può persino essere usata come
sostantivo.
Ad esempio, se un amico ha ancora in casa un televisore
in bianco e nero, il nostro divertito commento potrebbe
essere: Anvedi!
Andò l'hai rimediata st'anticaj'e
ppetrella? Quest'è dde
li tempi de Checch'e Nnina. (cioè "Ma guarda!
Dove hai scovato un tale reperto
preistorico? Questo è un pezzo da museo").
In quanto all'origine, la prima
espressione deriva dalle "pietrelle",
cioè piccole pietre o manufatti in pietra, provenienti
in larga parte da siti archeologici o collezioni antiche,
che costituivano una minuzzaglia rispetto ai pezzi di
maggior valore, e quindi finiva sui banchi dei rigattieri.
La seconda ha una radice più fiabesca, come dire "al
tempo in cui Berta filava", chiamando in causa
due fantomatici personaggi di nome Francesco (Checco)
e Giovanna (Nina).
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tàja ch'è rosso!
Era
il vecchio grido dei cocomerari
romani, cioè dei venditori ambulanti di angurie, figura tutt'ora esistente, che invitavano i passanti a "tagliare
[il cocomero] perché rosso", cioè maturo.
Per traslato, l'espressione ha assunto il significato generico
di approfittare di una ghiotta occasione, gettandovisi a capofitto
(come dire: piatto ricco, mi ci ficco!).
'gni bbotta 'na tacchia
Sviluppando
per esteso questa espressione, ogni
botta una tacchia (cioè "ogni
colpo un segno, una tacca"), si intuisce che il significato
è quello di "fare centro, colpire il bersaglio ad ogni
tentativo". Questo può essere usato in senso letterale,
ma assai più spesso in senso metaforico. Ad esempio, l'accanito
donnaiuolo potrà vantarsi con gli
amici delle sue numerose avventure galanti commentandole orgogliosamente: 'gni bbotta 'na tacchia.
chi tocca 'n ze
'ngrugna
L'espressione,
per esteso, in italiano suonerebbe suppergiù "a chi capita
[la sfortuna], non se ne abbia a male",
ed è la versione romana dell'hodie
mihi, cras tibi
dei Latini. Viene usata a commento
di eventi spiacevoli, i più disparati (una perdita al gioco,
un accertamento fiscale, la visita della suocera), in senso
un po' ironico, oppure per tacitare le proteste del malcapitato.
A volte è usato dalla stessa persona che subisce la malasorte,
a riprova del carattere fatalista, e tutto
sommato "sportivo", del romano autentico.
nun c'è ttrippa
pe' ggatti
Questa
espressione si commenta da sé: equivale a "non vi è alcuna
speranza che una certa cosa venga concessa". Si usa soprattutto per negare qualcosa
a qualcuno in modo molto chiaro e risoluto: il negoziante a
cui per l'ennesima volta il cliente chiede di fare credito risponderebbe:
nòne, qui nun c'è trippa
pe' ggatti (cioè "no, te
lo puoi scordare"). È simile a manco si tte
dai un cristo in petto, tuttavia in questo caso l'espressione
ha una sfumatura di significato leggermente diversa: "no, perché cerchi di approfittare della situazione",
come un gatto che staziona presso il negozio di macelleria in
attesa che gli vengano gettate le rigaglie.
L'espressione nacque ai primi del '900,
allorché il famoso sindaco di Roma Ernesto Nathan
cancellò dal bilancio del Comune l'acquisto di trippa destinata
a sfamare i felini, utilizzati come ...deterrente per i topi
che infestavano il campidoglio. Ma a fronte dell'insuccesso
di tale strategia (e dell'aumento del costo della trippa!) sul
libro del Bilancio Comunale venne scritto:
Non c'è trippa per gatti.
(si
ringrazia Elisabetta Anastasio per le fonti storiche)
nun sapé a cchi ddà li resti
Il
significato di questa espressione è "non essere più in grado di gestire
la situazione", profferito da
chi è oberato da un numero eccessivo di richieste, di clienti,
di impegni, ecc., a cui teme di non riuscire a fare fronte.
Sembra che l'origine derivi dall'uso che una volta era proprio
dei garzoni di macelleria, di trasportare gli scarti della bottega
ad una qualche discarica (magari il più vicino monnezzaro);
durante il percorso, gli strati meno abbienti della popolazione
seguivano e circondavano il carretto pieno di
ossa, rigaglie e quant'altro, mendicando quegli stessi scarti. La frase in
oggetto, cioè "non sapere a chi
dare i resti", viene attribuita all'ignaro garzone, il
quale vuoi per la disperazione di vedersi continuamente attorniato
dalla folla di pezzenti, vuoi per la sgradita responsabilità
di dover scegliere a chi, fra molti, elargire quel "ben
di Dio", si sarebbe espresso in questi termini. Oggi, per
fortuna, il suo uso è limitato alla metafora.
(si
ringrazia Elisabetta Anastasio per le fonti storiche)
èsse come la sóra
Camilla
Il
modo di dire per esteso è: èsse come la sóra
Camilla, che tutti la vònno
e nisuno se la piglia (cioè "essere
come la signora Camilla, che tutti vogliono ma che nessuno si
prende").
Anche questo motto si basa su un fatto storico: donna Camilla,
sorella di Felice Peretti cioè Sisto V
("er papa tosto"), ebbe diversi pretendenti alla mano
...ma poi finì con l'entrare in convento. Di qui l'espressione,
che ironizza sulla vicenda, e che per traslato viene
usata anche in altri contesti: per esempio, a chi riceve diverse
proposte di lavoro ma non viene mai assunto, si potrà ben dire
che è come la sora Camilla.
Sul piano linguistico, si badi bene a pronunciare molto stretta
a "o" di sóra (cioè
"signora") per non confonderla con sòra
("suora", vocabolo peraltro alieno al romanesco, che
chiama la religiosa sempre e solo monica).
Inoltre vi è la tendenza a dire piglia (e non pija) per creare maggiore assonanza col nome della
zitellona.
(arimané) pe' sseme de patata
"Rimanere
come seme di patata" ha una certa analogia con l'espressione
precedente: vuol dire "restare solo, spaiato, privo di
compagno". Infatti questa espressione viene riferita più spesso alle
zitellone: 'sta mi fija m'è arimasta
pe' sseme
de patata, cioè "questa mia figlia non si è ancora
maritata" (sottintendendo il desiderio disatteso o il tentativo
fallito di prendere marito). Ma si può anche usare in senso
più generale: se ne so' iti tutti e m'hanno lassato lì ppe' sseme de patata, cioè "se ne sono andati tutti
e mi hanno lasciato lì da solo".
Ne è nota la variante pe'
sseme de cavolo, usata da G.G.Belli.
ariconzolàsse co l'ajetto
Equivale a "consolarsi
di un evento negativo con un ben misero tornaconto", ma
sottende una vena d'ironia da parte di chi pronuncia l'espressione.
Viene spesso usata da chi subisce il
fato, al plurale (ariconzolamose),
come a dire "accettiamo giocoforza il contentino".
Se ci rubano il portafogli ma almeno i documenti vengono ritrovati,
o se il televisore si rompe un'ora prima della partita e un
amico ci presta la radio, ...ariconzolamose
co l'ajetto!.
TE
STRAPPO 'E GAMBE E TE CE PIJO A CARCI:
minaccia da rivolgere a chiunque osa disturbarci.
(disegno di Federico Fieni
SEI TARMENTE
GRASSO CHE SI 'N MOSCERINO TE GIRA 'NTORNO MÒRE DE VECCHIAIA:
altro che Raid moschicida: se
un insetto decidesse di circumnavigarti morirebbe di vecchiaia
prima di aver coperto l'intera distanza, senza l'ausilio di
perniciose sostanze chimiche.
(disegno di Federico Fieni)
C'HAI
ER NASO TARMENTE LUNGO CHE TE PÒI FUMÀ 'E SIGARETTE
SOTTO 'A DOCCIA:
hai un naso davvero
esagerato (versione per fumatori).
C'HAI ER NASO
COSÌ LUNGO CHE SE DICI DE NO A TAVOLA, SPARECCHI:
il tuo naso è davvero sbalorditivo
(versione catastrofica).
MA
CHE TE LAVI CO' LA SAPONETTA AR PECORINO?:
visto il terrificante olezzo emanato da alcune zone del tuo
corpo, sorge il dubbio che tu faccia uso di sostanze detergenti
non proprio ortodosse (citazione dal film "Fratelli d'Italia").
(disegno di Federico Fieni)
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