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I prodotti delle classi        anno scolastico 2004-2005

èsse anticaj'e ppetrella
èsse de li tempi de Checch'e Nnina


Entrambe le espressioni vengono riferite ad oggetti, utensili, ecc. "vecchi ed obsoleti", e come tali inadatti all'uso che se ne dovrebbe poter fare. La sfumatura che se ne ricava, comunque, è sempre negativa, ma non troppo cattiva. La prima delle due espressioni può persino essere usata come sostantivo.
Ad esempio, se un amico ha ancora in casa un televisore in bianco e nero, il nostro divertito commento potrebbe essere: Anvedi! Andò l'hai rimediata st'anticaj'e ppetrella? Quest'è dde li tempi de Checch'e Nnina. (cioè "Ma guarda! Dove hai scovato un tale reperto preistorico? Questo è un pezzo da museo").
In quanto all'origine, la prima espressione deriva dalle "pietrelle", cioè piccole pietre o manufatti in pietra, provenienti in larga parte da siti archeologici o collezioni antiche, che costituivano una minuzzaglia rispetto ai pezzi di maggior valore, e quindi finiva sui banchi dei rigattieri. La seconda ha una radice più fiabesca, come dire "al tempo in cui Berta filava", chiamando in causa due fantomatici personaggi di nome Francesco (Checco) e Giovanna (Nina).

tàja ch'è rosso!


Era il vecchio grido dei cocomerari romani, cioè dei venditori ambulanti di angurie, figura tutt'ora esistente, che invitavano i passanti a "tagliare [il cocomero] perché rosso", cioè maturo.
Per traslato, l'espressione ha assunto il significato generico di approfittare di una ghiotta occasione, gettandovisi a capofitto (come dire: piatto ricco, mi ci ficco!).


'gni bbotta 'na tacchia


Sviluppando per esteso questa espressione, ogni botta una tacchia (cioè "ogni colpo un segno, una tacca"), si intuisce che il significato è quello di "fare centro, colpire il bersaglio ad ogni tentativo". Questo può essere usato in senso letterale, ma assai più spesso in senso metaforico. Ad esempio, l'accanito donnaiuolo potrà vantarsi con gli amici delle sue numerose avventure galanti commentandole orgogliosamente: 'gni bbotta 'na tacchia.


 

chi tocca 'n ze 'ngrugna


L'espressione, per esteso, in italiano suonerebbe suppergiù "a chi capita [la sfortuna], non se ne abbia a male", ed è la versione romana dell'hodie mihi, cras tibi dei Latini. Viene usata a commento di eventi spiacevoli, i più disparati (una perdita al gioco, un accertamento fiscale, la visita della suocera), in senso un po' ironico, oppure per tacitare le proteste del malcapitato. A volte è usato dalla stessa persona che subisce la malasorte, a riprova del carattere fatalista, e tutto sommato "sportivo", del romano autentico.


 

nun c'è ttrippa pe' ggatti


Questa espressione si commenta da sé: equivale a "non vi è alcuna speranza che una certa cosa venga concessa". Si usa soprattutto per negare qualcosa a qualcuno in modo molto chiaro e risoluto: il negoziante a cui per l'ennesima volta il cliente chiede di fare credito risponderebbe: nòne, qui nun c'è trippa pe' ggatti (cioè "no, te lo puoi scordare"). È simile a manco si tte dai un cristo in petto, tuttavia in questo caso l'espressione ha una sfumatura di significato leggermente diversa: "no, perché cerchi di approfittare della situazione", come un gatto che staziona presso il negozio di macelleria in attesa che gli vengano gettate le rigaglie.
L'espressione nacque ai primi del '900, allorché il famoso sindaco di Roma Ernesto Nathan cancellò dal bilancio del Comune l'acquisto di trippa destinata a sfamare i felini, utilizzati come ...deterrente per i topi che infestavano il campidoglio. Ma a fronte dell'insuccesso di tale strategia (e dell'aumento del costo della trippa!) sul libro del Bilancio Comunale venne scritto: Non c'è trippa per gatti.

(si ringrazia Elisabetta Anastasio per le fonti storiche)


 

nun sapé a cchi ddà li resti


Il significato di questa espressione è "non essere più in grado di gestire la situazione", profferito da chi è oberato da un numero eccessivo di richieste, di clienti, di impegni, ecc., a cui teme di non riuscire a fare fronte.
Sembra che l'origine derivi dall'uso che una volta era proprio dei garzoni di macelleria, di trasportare gli scarti della bottega ad una qualche discarica (magari il più vicino monnezzaro); durante il percorso, gli strati meno abbienti della popolazione seguivano e circondavano il carretto pieno di ossa, rigaglie e quant'altro, mendicando quegli stessi scarti. La frase in oggetto, cioè "non sapere a chi dare i resti", viene attribuita all'ignaro garzone, il quale vuoi per la disperazione di vedersi continuamente attorniato dalla folla di pezzenti, vuoi per la sgradita responsabilità di dover scegliere a chi, fra molti, elargire quel "ben di Dio", si sarebbe espresso in questi termini. Oggi, per fortuna, il suo uso è limitato alla metafora.

(si ringrazia Elisabetta Anastasio per le fonti storiche)


 

èsse come la sóra Camilla


Il modo di dire per esteso è: èsse come la sóra Camilla, che tutti la vònno e nisuno se la piglia (cioè "essere come la signora Camilla, che tutti vogliono ma che nessuno si prende").
Anche questo motto si basa su un fatto storico: donna Camilla, sorella di Felice Peretti cioè Sisto V ("er papa tosto"), ebbe diversi pretendenti alla mano ...ma poi finì con l'entrare in convento. Di qui l'espressione, che ironizza sulla vicenda, e che per traslato viene usata anche in altri contesti: per esempio, a chi riceve diverse proposte di lavoro ma non viene mai assunto, si potrà ben dire che è come la sora Camilla.
Sul piano linguistico, si badi bene a pronunciare molto stretta a "o" di sóra (cioè "signora") per non confonderla con sòra ("suora", vocabolo peraltro alieno al romanesco, che chiama la religiosa sempre e solo monica). Inoltre vi è la tendenza a dire piglia (e non pija) per creare maggiore assonanza col nome della zitellona.


 

(arimané) pe' sseme de patata


"Rimanere come seme di patata" ha una certa analogia con l'espressione precedente: vuol dire "restare solo, spaiato, privo di compagno". Infatti questa espressione viene riferita più spesso alle zitellone: 'sta mi fija m'è arimasta pe' sseme de patata, cioè "questa mia figlia non si è ancora maritata" (sottintendendo il desiderio disatteso o il tentativo fallito di prendere marito). Ma si può anche usare in senso più generale: se ne so' iti tutti e m'hanno lassatoppe' sseme de patata, cioè "se ne sono andati tutti e mi hanno lasciato lì da solo".
Ne è nota la variante pe' sseme de cavolo, usata da G.G.Belli.


 

ariconzolàsse co l'ajetto


Equivale a "consolarsi di un evento negativo con un ben misero tornaconto", ma sottende una vena d'ironia da parte di chi pronuncia l'espressione. Viene spesso usata da chi subisce il fato, al plurale (ariconzolamose), come a dire "accettiamo giocoforza il contentino".
Se ci rubano il portafogli ma almeno i documenti vengono ritrovati, o se il televisore si rompe un'ora prima della partita e un amico ci presta la radio, ...ariconzolamose co l'ajetto!.

 


TE STRAPPO 'E GAMBE E TE CE PIJO A CARCI:


minaccia da rivolgere a chiunque osa disturbarci.

(disegno di Federico Fieni

 

 

 


 

SEI TARMENTE GRASSO CHE SI 'N MOSCERINO TE GIRA 'NTORNO MÒRE DE VECCHIAIA:

altro che Raid moschicida: se un insetto decidesse di circumnavigarti morirebbe di vecchiaia prima di aver coperto l'intera distanza, senza l'ausilio di perniciose sostanze chimiche.

(disegno di Federico Fieni)


C'HAI ER NASO TARMENTE LUNGO CHE TE PÒI FUMÀ 'E SIGARETTE SOTTO 'A DOCCIA:

hai un naso davvero esagerato (versione per fumatori).


 

C'HAI ER NASO COSÌ LUNGO CHE SE DICI DE NO A TAVOLA, SPARECCHI: il tuo naso è davvero sbalorditivo (versione catastrofica).

 

 

 



MA CHE TE LAVI CO' LA SAPONETTA AR PECORINO?:

visto il terrificante olezzo emanato da alcune zone del tuo corpo, sorge il dubbio che tu faccia uso di sostanze detergenti non proprio ortodosse (citazione dal film "Fratelli d'Italia").

(disegno di Federico Fieni)

 



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