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I
prodotti delle classi anno
scolastico 2004-2005
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GIUSEPPE
GIOACCHINO BELLI
G.G.Belli è tradizionalmente
considerato il poeta di Roma. Fra il
1824 e il 1846 scrisse oltre 2,200 sonetti, ognuno dei
quali è una fedele riproduzione della città
dei primi dell'Ottocento.
La sua introduzione alla raccolta di sonetti inizia
con queste parole " Io ho deliberato di
lasciare un monumento alla plebe di Roma...".
Egli tuttavia era in netto contrasto con la struttura
sociale del suo tempo.
Roma era governata dal pontefice, "il Papa
Re". Un ristretto numero di aristocratici
e l'arrogante clero costituivano le
classi sociali più alte, il cui potere aveva
ormai perso qualsiasi giustificazione storica o morale;
a loro si contrapponeva il popolino,
fanatico e superstizioso, i cui unici diversivi erano
le molte manifestazioni di piazza, indette per celebrare
e glorificare le classi dominatrici, e le altrettanto
numerose pubbliche esecuzioni (tanto che uno dei  boia,
Giovan Battista Bugatti detto Mastro Titta,
divenne addirittura un personaggio famoso).
" I nostri popolani non hanno arte alcuna:
non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n'ebbe
mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre
ed energica perché lasciata libera nello sviluppo
di qualità non fattizie".
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Era un intellettuale, forse anche un moralista, e scrisse i sonetti
con l'intento di mettere alla berlina l'ipocrisia di questa
società decadente, nel vano tentativo di vederne
cambiare la secolare struttura.
La sua satira pungente ha dato vita a un gran numero di vignette
ricche di spirito, celandovi talvolta amare considerazioni
sulla vita e sulla condizione dell'uomo.
Alcuni dei sonetti hanno per tema soggetti biblici; in essi i
personaggi parlano, pensano e agiscono alla stregua di tipici
esponenti del popolo romano.
Belli scrisse anche diversi saggi in italiano, ma è ricordato
solamente per i suoi "Sonetti".
Negli ultimi anni di vita però il poeta li rinnegò,
dichiarandoli "...sparsi di massime, pensieri, parole riprovevoli...",
e rifiutando di riconoscere in essi i propri sentimenti; "...esiste
una cassetta piena di miei manoscritti in versi. Si dovranno ardere!"
scrisse nel suo testamento.
Una raccolta dei "Sonetti Romaneschi"
uscì per la prima volta oltre 20 anni dopo la sua morte.
Molti altri furono rinvenuti in seguito (alcuni dei quali incompiuti),
e la prima edizione completa dovette attendere quasi un secolo,
venendo pubblicata nel 1952. Molto del loro vigore
è dovuto all'uso del dialetto romanesco: diversamente,
un gioco di parole o un'espressione caratteristica non avrebbero
la stessa efficacia, in italiano come in nessun'altra lingua.
Per questo motivo la letteratura "ufficiale" non li
ha mai tenuti in gran considerazione e, per quanto mi risulti,
seri tentativi di traduzione non ne sono mai stati fatti.
Ognuno di essi racconta un breve aneddoto, uno
schizzo della vita di tutti i giorni; gli elementi principali
della storia si snodano rapidamente nell'apertura, mentre i versi
finali contengono una conclusione, di solito umoristica o ironica,
a volte lirica o persino filosofica.
Ciascun sonetto ha una struttura semplice: due quartine
seguite da due terzine; la rima nella maggioranza dei
casi si attiene allo schema: A B B A - A B B A - C D C - D C D,
ma a volte: A B A B - A B A B - C D C - D C D
ER GIORNO DER GIUDIZZIO
Quattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de vocione
Cominceranno a dì: "Fora a chi ttocca".
Allora vierà su una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe ripijà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la biocca.
E sta biocca sarà Dio benedetto,
Che ne farà du' parte, bianca, e nera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo uscirà 'na sonajera
D'angioli, e, come si ss'annassi a letto,
Smorzeranno li lumi, e bona sera.
G. G. BELLI |
ER CAFFETTIERE FILOSOFO
L'ommini de sto monno so'
ll'istesso
Che vvaghi de caffe' nner mascinino:
C'uno prima, uno doppo, e un antro appresso,
Tutti cuanti pero' vvanno a un distino.
Spesso muteno sito, e ccaccia
spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E ss'incarzeno tutti in zu l'ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.
E ll'ommini accusi' vviveno
ar monno
Misticati pe mmano de la sorte
Che sse li ggira tutti in tonno in tonno;
E mmovennose oggnuno, o
ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a ffonno
Pe ccasca' nne la gola de la morte.
G. G. BELLI
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