IL RACCONTO DEL DISASTRO DEL VAJONT
da “Vajont 9ottobre 1963 . Orazione civile” di Marco Paolini e Gabrielel Vacis tratto da
Tina Merlin: “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont”, Mi 1983

Le storie non esistono se non c’è qualcuno che le racconta
Marco Paolini

da “Il Giorno” ,’11 ottobre 1963, Giorgio Bocca:
Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto ciò è definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c ‘erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!... Non uno di noi moscerini vivo, se davvero la natura si decidesse a muoverci guerra...

da “Il Corriere della Sera”,’11 ottobre 1963, Dino Buzzati:
Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia.Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d ‘arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.

da “Vajont 9ottobre 1963 . Orazione civile” di Marco Paolini e Gabrielel Vacis tratto da
Tina Merlin: “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont”, Mi 1983

9 ottobre 1963. Questa data rimase impressa nella testa di molta gente: quel giorno dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccarono tutti assieme “ 260 milioni di metri cubi di roccia”.


Questi 260 milioni di metri cubi di roccia precipitano nel lago dietro la diga sollevando un’onda di 50 milioni di metri cubi di acqua; solo la metà di quest’onda, cioè 25 milioni di metri cubi di acqua, riescono a scavalcare la diga, ma sono più che sufficienti a far sparire dalla faccia della terra 5 paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè e a far morire 2000 persone, 2000 morti.


La storia della diga del Vajont era iniziata sette anni prima, nel 1956, e si conclude in quattro minuti di apocalisse.


Tina Merlin (1926- 1991) giornalista dell’Unità per trent’anni, fin dal 1951, ha pubblicato un libroin cui racconta la vicenda del Vajont non dal punto di vista degli specialisti, cioè di quelli che arrivarono dopo la tragedia, ma dal punto di vista di due paesi che rimasero danneggiati, Erto (850 abitanti) e Casso (450 abitanti) che dal 1956 al 1963 avevano combattuto una “guerra” contro la società che costruiva la diga.
In realtà Erto e Casso non erano niente altro che due parti dello stesso paese, che si troveranno, a lavori ultimati, sulla sponda del lago dietro la diga, dalla parte friulana del Vajont; due piccoli paesi dimenticati, che erano stati uniti dalla strada sopra il Piave costruita nel 1915.
Ed è proprio lì che arrivò la SADE, nel 1929, o meglio due suoi incaricati: l’ingegner Semenza e il geologo Dal Piaz.
La SADE, Società Adriatica di Elettricità, è una società privata di proprietà di Giuseppe Volpi conte di Misurata che l’ha fondata nel 1905. Un uomo ricco e pieno di idee: Porto Marghera, la CIGA Hotel, la Mostra del Cinema di Venezia ecc., che nel 1922 si iscrive al Partito nazionale fascista e nel 1923 è già ministro delle Finanze del governo Mussolini, facendo varare leggi che prevedono il finanziamento a fondo perduto (fino al 60% )delle aziende che costruiscono nuovi impianti idroelettrici.
Negli anni ’30 l’Italia è sottoposta a sanzioni dalle potenze mondiali che pongono l’embargo sulle importazioni di carbone e di petrolio. La risposta è una politica autarchica capace di produrre fonti di energia alternativa. E la SADE, a partire da quegli anni, costruisce sette impianti idroelettrici lungo il Piave e i suoi affluenti che però non per tutto l’anno garantiscono la quantità di acqua sufficiente. C’è chi propone allora di costruire delle “banche dell’acqua” e per una di queste viene scelta una valle non lontana dal torrente Vajont, affluente del Piave. Qui, nella stretta gola che il Vajont si è scavato per andare a gettarsi nel Piave, si progetta di costruire uno sbarramento artificiale alto 200 metri e dietro di esso un serbatoio di 58 milioni di metri cubi d’acqua, capace da solo di quasi uguagliare la portata di altri sette serbatoi precedentemente costruiti in queste stesse zone: la somma dei sette serbatoi dava la capienza di 69 milioni di metri cubi d’acqua contro i 58 del solo serbatoio del Vajont!
Un progetto enorme che viene presentato al Ministero dei Lavori Pubblici nel 1940 per chiederne l’approvazione.

Ma in quegli anni il governo è impegnato in guerra e anche le successive richieste della SADE vengono respinte. Si arriva all’8 settembre del ’43 e il progetto non è ancora stato accettato. Però il 15 ottobre di quello stesso anno, miracolosamente, ciò che resta del Consiglio dei Lavoro Pubblici (13 presenti su 34) si riunisce e il progetto del Vajont viene approvato con la frode.
Nel frattempo il conte Volpi di Misurata è in Svizzera dove prenderà contatti con De Gasperi e il suo partito, la Democrazia Cristiana, pronto a proporsi per la ricostruzione, a guerra conclusa.
E infatti la Sade, con la ratifica al progetto “Grande Vajont”del nuovo presidente della repubblica Luigi Einaudi, può presentarsi al Comune di Erto e chiedere ai proprietari di vendere le loro terre.
Nel ’56 la Sade apre un cantiere nella valle: 400 operai su un paese di 2000 abitanti.
La Sade vuole convincere gli abitanti di Erto a vendere per costruire un serbatoio artificiale, un’opera di interesse pubblico, ma gli abitanti affermano che la Sade paga troppo poco e quelli che non hanno venduto la propria terra formano un Comitato.
Per trattare con la Sade gli abitanti di Erto decidono che devono far parlare uno che ne capisca e l’unico che ha studiato, in paese, è il dottore, marito del sindaco, donna e proprietaria terriera. Durante la trattativa il prezzo sale e così il sindaco cede e tutti gli altri, sotto la minaccia di una vendita forzosa, un esproprio, sono costretti a vendere.

Nel 1957 visto che le cose vanno bene la SADE propone la variante al progetto, cioè 61,60 metri in più di altezza: con 200 metri era stato previsto un serbatoio di 58 milioni di metri cubi d’acqua; ma con 261,60 metri di altezza è prevedibile un serbatoio che contenga 150 milioni di metri cubi d’acqua! Questa diga fa paura: nessuno al mondo aveva mai osato solo immaginare una diga di queste proporzioni, figuriamoci costruirla. La diga del Vajont è una diga a doppio arco, la più alta del mondo del suo genere: 266 metri. Il progettista è Carlo Semenza, l’ingegnere che ha costruito dighe in mezzo mondo. E insieme a lui ritroviamo il geologo Giorgio Dal Piaz, noto e stimato professore universitario in pensione, a cui Semenza sottopone la variante del progetto per un suo parere.
Il geologo fa chiaramente capire di essere contrario alla variante ma acconsente comunque a mettere la propria firma, quella che interessa al Ministero, su una relazione eseguita dallo stesso ing. Semenza.
Il progetto viene approvato, anche se viene richiesta una ulteriore perizia geologica sui fianchi della valle sui cui verrà eretta la diga.
La variante al progetto, i 66 metri di altezza in più, porterà a nuovi espropri delle terre che verranno allagate: 400 espropri in due anni.
Ci sono poi case e terreni che devono essere liberati con urgenza perché la SADE ha deciso di costruire una strada di circonvallazione che costeggerà il lago; ancora l’autorizzazione non c’è, ma intanto si comincia a costruire perché poi, come accadrà più volte, l’autorizzazione arriverà.
Un ingegnere del Genio Civile di Belluno, l’ingegner Desidera, che solleva dubbi sull’inizio di quei lavori, viene trasferito in un’altra sede lontano dalla SADE, quando Ministro dei Lavori Pubblici è Togni.
Sono tutti nomi questi, e quelli che verranno citati, che si ritroveranno negli otto quintali di atti processuali pubblicati.
E’ in costruzione la diga più alta del mondo e nessuno la viene a controllare!! Ovviamente questo problema se lo pone anche la povera gente, preoccupata di cosa potrà succedere, o cosa si provocherà entro qualche anno.

Nel 1958 il ministro Togni nomina la Commissione di Collaudo. Ne fanno parte ingegneri del Genio Civile e del Servizio Dighe, più la Commissione Lavori Pubblici; c’è anche un geologo, di nome Penta. Lavora alla Sade da anni. Praticamente è un consulente fisso della società. Il ministro Togni mette la sua firma sulla nomina il 1° aprile 1958. La commissione è nominata ma non parte subito verso il Vajont, mentre la diga continua a crescre.
Intanto ill 22 marzo del ’59, in un’altra valle vicina al Vajont, si fanno prove di emergenza che riguardano uno dei serbatoi che la Sade ha già costruito. Il serbatoio si trova in località Pontesei. Dista 6 km da Longarone. Fa dei rumori strani, sordi.
Dentro al lago si cominciano a vedere macchie giallastre e bolle, segno che una sponda del lago sta cedendo. Si decide così di svuotare il lago, ma questa decisione si rivelerà fatale: i fianchi della valle sono intrisi d’acqua, è l’acqua che li regge. Viene istituito un servizio di sorveglianza fisso: un uomo, uno solo, e quel giorno è di turno Arcangelo Tiziani, operaio, zoppo che riuscirà a dare l’allarme ma non a scappare.

La frana di Pontesei cade nel lago sollevando un’onda di 20 metri d’acqua che uccide l’operaio.
Gli abitanti di Erto si preoccupano quando sanno della frana: un evento analogo potrebbe provocare una miriade di danni. Il paese infatti è stato costruito su antiche frane, ghiaioni e anche un minimo smottamento potrebbe distruggere tutto. C’è chi pensa che si potrebbe svegliare una mattina non più sulla sponda , ma giù, in fondo al lago.
In realtà quello che chiamano lago è un serbatoio artificiale, fatto per far entrare e uscire l’acqua: l’acqua entra e poi esce, come le maree. Maree in una valle di montagna. La diga deve contenere le maree: un muro di calcestruzzo (cemento, calce idraulica, roccia, pietrisco e armatura di ferro) spesso diversi metri perché la spinta delle maree dipende anche dall’altezza della colonna d’acqua che la diga contiene. E se l’acqua spinge sul muro di calcestruzzo, spingerà anche sulle pareti delle montagne lì intorno. Ma, problema: i fianchi delle montagne sono robusti come i muri di calcestruzzo armato???? E sono impermeabili come le pareti della diga?
Il 3 maggio 1959 126 capifamiglia si riuniscono per discutere del problema e costituiscono il “Consorzio per la rinascita della valle ertana”. Interviene anche un giornalista del “Gazzettino” che però non scriverà niente sul suo giornale: sono tre anni, dall’inizio dei lavori che il giornale pubblica solo i comunicati stampa della Sade. Ma Tina Merlin scrive un suo articolo sulla riunione dal titolo: “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”. La Sade, ora sotto la presidenza del conte Vittorio Cini non gradisce; i Carabinieri di Erto denunciano la giornalista “ per aver pubblicato notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico…”.
Intanto i lavori della diga proseguono. Del ponte sul lago che avrebbe dovuto consentire agli abitanti dei paesi di raggiungere facilmente i campi non se ne parla più. La Sade ha già cominciato a costruire la strada di circonvallazione del lago, 12 km. A chi chiede spiegazioni la Sade risponde che il terreno non consente la costruzione del ponte, della passerella pedonale!

Durante i lavori per la strada sono state trovate delle fessure insolite ed ogni volta sono state coperte come se fosse nulla di importante. La SADE continua i lavori anche in mancanza di una perizia specifica sui costoni del futuro bacino. Il geologo Dal Piaz è ormai vecchio e col dopoguerra i sistemi di indagine geologica sono cambiati, si basano sui carotaggi, le analisi stratimetriche. Perciò la SADE, su pressione di Semenza, assume Muller, un geologo austriaco di fama mondiale, come consulente geotecnico. Iniziano i carotaggi, sia sul monte Toc che sul monte Salta.
Estate 1956, arriva la Commissione di collaudo: sale in cima alla diga ma non resiste all’altezza e torna giù. Due giorni dopo la stessa Commissione chiede alla Sade un promemoria con i dati tecnici perché ha perso i suoi. La SADE insieme ai dati spedisce una relazione di collaudo che la Commissione spaccia per propria. Grazie a questa ottengono la prima parte del finanziamento a fondo perduto da parte dello Stato. Un’anticipazione: in futuro con l’acquisizione della diga da parte dell’ENEL l’energia verrà nazionalizzata e lo stato pagherà la diga il doppio!!!

Le perizie eseguite da Muller hanno nel frattempo permesso di individuare una frana di circa due chilometri con uno sviluppo di seicento metri e un andamento a forma di “M” sotto il monte Toc. Cresce il numero dei consulenti e tra questi va ricordato un geofisico, Pietro Caloi che nella sua relazione scrive: “ La costa del monte Toc appoggia su un potente supporto roccioso autoctono… La frana se c’è riguarda però soltanto alcuni strati di sfasciume, al massimo venti trenta metri di spessore. Sotto è roccia compatta ”
Due parere del tutto opposti.
A completare le indagini di Muller viene assunto Edoardo Semenza, geologo, figlio di Carlo Semenza, coadiuvato dal collega Franco Giudici. Riprendono i carotaggi.
Autunno 1959. La diga è finita, bellissima, imponente: 360.000 metri cubi di calcestruzzo. E mentre la Commissione autorizza la prima prova d’invaso arrivano i primi rapporti dei due giovani geologi che confermano la presenza di una frana con un fronte di 2 km, stimata di circa 200 milioni di metri cubi di roccia coinvolti: un’ antica frana preistorica che migliaia di anni fa ha subito uno smottamento verso il fondo valle; se ne deduce che l’intera sponda del Toc sia un vecchio fronte franoso eroso dall’ acqua e temporaneamente fermo, come la frana stessa. La frana potrebbe star lì per altre migliaia di anni.
Ma il 2 dicembre 1959 arriva la notizia del crollo, in Francia, della diga Massenet, al Frejus: 400 morti
Dopo il crollo della diga del Frejus, in Italia si crea uno stato dall’allarme tra gli ingegneri e i geologi che lavorano al progetto della diga del Vajont.
Riepilogando i dati: una valle con un torrente che scorre sul fondo e che si stringe perché due montagne hanno il piede molto vicino: il monte Toc a sinistra e il Salta a destra.
Due paesi: Casso, posizionato a 930 metri sul livello del mare ed Erto, a 780 metri sul livello del mare. Tra i due monti c’è la diga che parte da 460 metri sul livello del mare e arriva a 721,60 metri.
Tra Casso e la diga ci sono 200 metri e aldilà del Piave c’è Longarone, a 466 metri sul livello del mare, alla stessa quota del piede della diga.
Nel 1960 inizia la prima delle tre prove d’invaso.
Prima che l’acqua raggiunga un livello troppo alto è pronta la relazione di Semenza e Giudici, secondo la quale la diga è spacciata ancor prima che sia riempita d’acqua.
L’ing. Carlo Semenza scrive una lettera al figlio (agli atti del processo del Vajont): gli chiede di sottoporre le sue conclusioni al geologo del Del Piaz e lo invita ad attenuare le sue affermazioni nei riguardi della diga, dove necessario.
Della relazione comunque non si tiene conto e si decide di procedere: la prova d’invaso viene considerata un’alluvione, solo che si tratta di un’alluvione controllata. Erto e Casso sono sotto assedio.
La prima prova di invaso dovrebbe arrestarsi a 600 metri di altezza. Le prove di invaso prevedono infatti una fase di primo riempimento, di svuotamento e successivo collaudo, così via fino ad arrivare alla quota massima prevista. Ma questo comporta dei tempi e la Sade invece ha fretta: comincia a girare la notizia che presto ci sarà la nazionalizzazione delle aziende idroelettriche. C’è il rischio che lo Stato porti via la diga alla SADE prima ancora che sia entrata in funzione. Per questo bisogna collaudare la diga per cominciare a produrre. Ottengono l’autorizzazione per la seconda prova d’invaso. L’autorizzazione consente di portare direttamente il livello dell’ acqua a 660 metri sul livello del mare. La seconda prova d’invaso è come la continuazione della prima.
Verso la fine della primavera l’acqua tocca i 650 metri. La frana dovrebbe cominciare lì perché si incominciano a sentire i primi rumori.
La prima frana al Vajont cade nel 1960. Franette di poco conto, anche durante l’estate ma il 4 novembre, dopo una settimana di piogge, la frana si stacca dal monte Toc e piomba nel lago.
Gli Ertani si rivolgono a Tina Merlin che la mattina del 5 novembre riesce ad arrivare fin sopra il monte. Però la SADE ha già montato reticolati intorno alla frana. Il pezzo di montagna caduto nel lago ha sollevato una grossa ondata, ma anche più in alto si è aperta una fessura di un metro che va lungo il fianco della montagna per 2400 metri. La fessura ha la forma di “M”.
La SADE, a sua volta, ha convocato gli esperti: Giorgio dal Piaz con altre 8 persone.
Pietro Colai, lo stesso che aveva dichiarato che la frana era superficiale, ha fatto nuove indagini e adesso dice che con l’immissione dell’acqua nel serbatoio la roccia ha subito un rapido processo di degenerazione.
Gli espetri comunque decidono che non si può tornare più indietro. La frana? Se non si può impedire che cada, bisogna farla cadere. Si potrebbe, con la dinamite, rompere la frana su in alto e farla cadere a sezioni sottili in modo da poterla controllare. Anche Carlo Semenza e Giorgio Dal Piaz ormai non hanno dubbi sul fatto che si debba far cadere la frana. Gli amministratori della Sade non condividono l’entusiasmo, perché la caduta della frana avrebbe tagliato il lago in due: un piccolo lago sotto la diga e uno grande oltre la frana.
Uno degli ingegneri ha un’idea: fare un sifone. Se si scava una galleria di sorpasso che unisca la zona in prossimità della diga con l’imbocco (la parte alta ) della valle, il lago, diviso in due parti dalla frana, potrebbe rimanere collegato come un unico bacino.
La Sade accetta perché è l’unico modo di salvare l’impianto.
Cosa succederà però agli abitanti di Erto e Casso? Non c’è problema: veglia la Sade su di loro.
Il 17 novembre ricompare la Commissione di collaudo. Il geologo Penta, funzionario dello Stato, sostiene l’ipotesi che era stata quella di Caloi: la frana è superficiale. E si va avanti.
Il 30 novembre si apre a Milano il processo contro Tina Merlin e contro l’Unità accusati, come gia si è detto, di avere diffuso notizie false e tali da turbare la popolazione.
Il processo, brevissimo, manda assolti giornale e giornalista: le testimonianze sulla frana caduta il 4 novembre parlano chiaro: la frana temuta si è verificata. Tina Merlin aveva ragione.
Ora della questione del Vajont se ne occupa anche il presidente della Provincia di Belluno che chiede spiegazioni al Ministro dei Lavori Pubblici. Questi, a sua volta, cerca informazioni al Genio Civile che lo indirizza ad un ufficio, il servizio dighe. La persona che si occupa del Vajont è il geologo Penta. Il cerchio è chiuso.
Il geologo Penta riferisce al Ministro: sono stati montati due potenti sismografi ed è stato contemporaneamente dato incarico all’Università di Padova di fare prove di simulazione su un modellino per valutare gli effetti di una frana sulla diga. Il presidente della provincia capisce che allora il pericolo è reale. Allarmato cerca di saperne di più ma si trova di fronte ad un muro di gomma. Il presidente della Provincia di Belluno capisce che è molto difficile lottare contro la Sade, che definisce uno “Stato nello Stato”.
Il freddo inverno del ‘61 con il suo ghiaccio blocca la frana ma con i primi soli di primavera la montagna ricomincia a muoversi a vista d’occhio.
Nello stesso periodo la SADE comincia a costruire la galleria di sorpasso senza dir niente a nessuno. Ma la Merlin, da brava giornalista, ottenute alcune informazioni, scrive un articolo per l’Unità: “Una frana di 50 milioni metri cubi minaccia (...) Erto”.
Arrivata l’estate, ritorna la Commissione di collaudo per inaugurare la galleria di sorpasso ormai ultimata. La SADE però ha fretta di collaudare, e vorrebbe ricominciare con l’invaso. In Italia ormai si parla di “nazionalizzazione delle industrie idroelettriche” e la SADE ha paura di non far in tempo con il collaudo della diga.
Infatti appena la Commissione riparte, la SADE riprende a invasare pensando che poi l’autorizzazione, come sempre, arriverà. E’ stata richiesta l’autorizzazione per 680 metri ma verrà concessa solo per 540. Intanto la SADE è già arrivata a 640 metri e continua. A 650 la montagna ricomincia a tremare.
La manovra successiva della SADE è di invasare alternando bruscamente riempimenti e svuotamenti. Ma come tolgono l’acqua ai piedi della montagna la frana inchioda.
Finalmente, il 23 dicembre del ’61, arriva l’autorizzazione a riempire il lago a 680 metri, ma la SADE era già arrivata a quel punto da 2 mesi. Ad ottobre, intanto, è morto Carlo Semenza e dopo poco tempo anche Giorgio Dal Piaz. Due tra i principali testimoni di tutta la storia escono così di scena.
Morto Carlo Semenza, il comando passa al sue vice, Alderico Biadene, nel gennaio del 1962.
Si incominciano a verificare le prime scosse di terremoto avvertite durante le operazione di invaso e svaso del lago.
L’ ingegnere si preoccupa di non disturbare il Ministero per delle piccole scosse di assestamento. Le scosse vanno avanti per mesi, fino giugno, durante la seconda prova d’invaso. I Carabinieri fanno rapporto alla Prefettura facendo notare i danni provocati al territorio. Finisce la seconda prova d’invaso, nell’ottobre del ’62 e finiscono le scosse. Tra Vittorio Veneto e Longarone c’è il centro modelli della Sade e lì viene costruito il modellino della diga del Vajont in scala 1 a 200, già commissionato al prof. Ghetti titolare dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova. Per simulare il movimento della frana, rocciosa, si fa cadere in acqua una massa costituita da ghiaia. Due geologi Menotti e Valdinucci, invitati a dare il loro parere sulla simulazione della frana, sosterranno che aver usato ghiaia per simulare il volume di roccia dà risultati non confrontabili con la realtà. Dopo due anni di esperimenti il professore Ghetti consegna la sua relazione alla SADE: simulando la caduta di una massa rocciosa di 200 milioni di metri cubi, quando l’acqua nella diga si trovasse a 700 m di altezza, si provocherebbe un’onda di 25-30 metri. I paesi di Erto e Casso sono più in alto, 780 metri il primo, 930 il secondo, e verrebbero risparmiati. Basterebbe però che il livello dell’acqua si trovasse a 715 metri perché la stessa massa rocciosa, cadendo, provocasse enormi danni ai paesi all’interno della valle e oltre il ciglio della diga.
Longarone non è stata prevista nel progetto di simulazione, non è stata neanche nominata: sembra molto lontana, irraggiungibile: due chilometri oltre la diga. Ma il sospetto che, in caso di distacco della frana, potrebbe esserci pericolo anche per Longarone c’è e risulta dalla copia della relazione che il prof. Ghetti conserva negli uffici dell’Università di Padova. Lorenzo Rizzato, suo assistente la preleverà dall’istituto per darne copia all’”Unità” e al “Giorno che la pubblicheranno una settimana dopo il disastro: la simulazione aveva anticipato il pericolo. Ma la Sade si preoccupa di eventuali danni al suo impianto, ha saputo che i paesi di Erto e Casso non subirebbero danni e non vuole che si sappia altro.
Nell’ottobre del 1962, alla fine della seconda prova d’invaso, l’attività sismica cessa. I tecnici della SADE pensano che questo significhi che la frana si è assestata.
Il 6 dicembre del 1962 viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge che stabilisce la nascita dell’ENEL, Ente Nazionale Energia Elettrica: il 14 marzo del 1963 il Vajont dalla SADE passa all’ENEL. Tutto il personale della SADE diventerà ENEL, tutti i dirigenti della Sade diventeranno automaticamente dirigenti ENEL e intanto il Vajont viene concesso in custodia alla SADE in attesa del nuovo proprietario.
L’ENEL ha comprato il Vajont dalla SADE come impianto funzionante. E che sia funzionante lo verificheranno i tecnici dell’ENEL che sono stati i tecnici della Sade fino a poco tempo prima!
L’ing. Biadene chiede al servizio dighe l’autorizzazione per la terza prova di invaso a 715 metri, senza tener conto della relazione del prof. Ghetti
L’importante è vendere alle migliori condizioni, dimostrando che l’impianto si può usare fino all’ultimo metro e dal 12 aprile inizia la terza prova di invaso.
Prima cinque, poi dieci centimetri al giorno: milioni di metri cubi di acqua in più che provocano boati e scosse sempre più forti.
L’ing. Biadene consegna al sindaco di Erto la nuova scuola elementare, costruita sotto il monte Toc. Tutti pensano che la frana sia stabilizzata e il sindaco revoca il divieto di accesso al lago. Quando la Sade lo scopre lo denuncia alla prefettura e ai Carabinieri.
Dal 27 luglio l’ENEL subentra alla Sade mentre è ancora in atto la prova di invaso. Ora si passa a 20 cm al giorno e alla fine di agosto si arriva a quota 710: mancano 8 metri al collaudo.
Il 2 settembre però il monte Toc torna a tremare con una scarica più forte delle altre: settimo grado della SCALA Mercalli.
Dal Comune di Erto arriva all’ENEL-Sade la richiesta di eliminare le cause di pericolo, prima che succeda il peggio. Il 12 settembre l’ing. Biadene fa sapere che la situazione è sotto controllo.
Ma il 15 settembre c’è un’altra piccola scossa: il sistema di rilevazione fa capire che la frana procede, compatta.
Per sette giorni si sospende l’invaso ma la montagna continua a “slittare”: 22 millimetri al giorno.
Bisogna rinunciare al collaudo.
Il 24 settembre ulteriore riunione degli esperti. C’è chi propone di ritornare ai 700 metri, altezza che il prof. Ghetti aveva dichiarato sicura. Ma rilevamenti speciali del terreno fanno pensare ad altri che togliere l’acqua, adesso, quando la montagna non ha più la resistenza elastica di prima , significherebbe far precipitare la frana: è l’acqua , ora, che tiene su la montagna. A chi credere? L’ing. Biadene dà ordine di togliere l’acqua e di rinunciare al collaudo. Dal 27 settembre l’acqua scende 70 cm al giorno. Il movimento della montagna aumenta man mano che si toglie l’acqua.
Il sindaco di Longarone, preoccupato della manovra, chiede spiegazioni. Gli rispondono che la caduta è controllata: un rischio calcolato.
9 ottobre 1963: ultimo giorno
Biadene, sempre più preoccupato, telefona a Roma, al geologo Penta che gli consiglia di non drammatizzare. Poi scrive all’ing. Piancini, il capocantiere in ferie, per farlo rientrare: “... la situazione si è aggravata: oggi la velocità di accelerazione della frana è aumentata del 40%”. In cantiere rimane solo il geometra Rittmeyer. Con una fotoelettrica illumina la montagna. Quello che vede lo spinge a telefonare a Venezia, all’ing. Biadene che lo autorizza a chiamare i Carabinieri di Erto per allertare le persone che vivono nelle frazioni intorno al lago. I Carabinieri non hanno ordini precisi ma fanno chiudere la strada che da Erto va a Longarone. E Longarone ?
Alle ore 22, 39 la frana si stacca dalla montagna: 260 milioni di metri cubi di roccia... da 60 cm a 100 km all’ora in meno di un minuto! 50 milioni di metri cubi d’acqua al centro della valle. Ad Erto l’onda prende il piano terra delle case: in tanti riescono a salvarsi.. Centosessanta morti nelle frazioni di Erto. Poi Longarone. Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè: 2000 morti.
Poi ancora: il processo, i processi, le assoluzioni, la storia!