UNA CATASTROFE .... LE DIGHE


Quando agli inizi degli anni ottanta la popolazione dei Maya Achì, della comunità di Rio Negro, Guatemala, apprese che una compagnia italiana, la Cogefar voleva costruire una grande diga il cui bacino avrebbe inondato le terre che loro abitavano da sempre, si oppose con decisione. Le conseguenze furono tragiche, addirittura massacri, nei quali persero la vita circa 800 persone. La volontà di portare avanti il progetto del governo, delle imprese e quella dei finanziatori, Banca Mondiale e Banca Interamericana di sviluppo, ebbe il sopravvento. I sopravvissuti di Rio Negro, ancora oggi, a 20 anni dall’accaduto, aspettano i risarcimenti per le violenze subite.

Questa storia così triste, non è purtroppo che la punta di un iceberg. Si stima che fino ad 80 milioni di persone, nel mondo, siano state deportate con la forza per fare posto ad una diga, perdendo la loro terra e andando ad allargare le schiere di coloro che vivono sotto la soglia di povertà. Molti tra gli habitat naturali più ricchi di biodiversità e terre fertili sono stati allagati a causa della costruzione di circa 45 mila dighe e dallo sbarramento di 800 mila fiumi. Interi ecosistemi sono andati persi sotto invasi che accumulano miliardi di metri cubi di acqua.

Sebbene il tasso di costruzione delle grandi dighe si sia ridotto della metà, dagli anni 70, centinaia di progetti sono ancora in costruzione o in progettazione. In India, Cina, Brasile, Vietnam, Messico, Uganda e in tanti altri paesi oggi le grandi dighe continuano a ricevere il finanziamento di istituzioni internazionali, come la Banca Mondiale o le agenzie di credito all’esportazione. In Italia la storia delle grandi dighe ha più di un secolo, per quanto riguarda la produzione idroelettrica, con una forte tradizione nel settore della costruzione.

Conflitti e potere

Dagli anni ‘50, le grandi dighe si sono rivelate degli ottimi modelli di investimento per i gruppi industriali e le istituzioni finanziare che concedevano i prestiti: concentravano capitali, forza lavoro, potere politico e rendevano possibile la nascita di grandi poli industriali, che utilizzavano l’energia idroelettrica prodotta e l’acqua accumulata, creando nuovi equilibri nella gestione delle risorse idriche per fini irrigui. Il controllo dei fiumi e dell’acqua resa disponibile dalle dighe è stato causa di conflitti tra Stati. Oltre 200 bacini idrografici, che coprono il 60 % delle terre emerse, interessando il 40 % della popolazione mondiale, sono infatti condivisi da 2 o più Paesi.  Per la sempre maggiore penuria delle risorse idriche, vi sono 40 aree ad alto rischio di conflitto in tutto il mondo. La corruzione è inoltre diventata un elemento strutturale del sistema di sviluppo basato sulle grandi dighe.

Gli impatti sociali

I grandi progetti di dighe sono stati caratterizzati da una mancanza di democrazia: le comunità locali non hanno avuto possibilità di controllo e di scelta sul proprio sviluppo e sul destino della loro Terra. I finanziatori e le ditte costruttrici, assieme ai governi che hanno appoggiato i progetti, non hanno adottato criteri di coinvolgimento della popolazione, provocando gravi conseguenze a lungo termine e alimentando conflitti. Neppure i risarcimenti e le compensazioni per i danni dovuti al reinsediamento e alla distruzione ambientale hanno rispettato gli standard internazionali. Le popolazioni indigene sono le vittime più frequenti di questi progetti. 

Impatti ambientali

Le grandi dighe hanno profondi ed irreversibili effetti sull’ambiente. La frammentazione e lo sbarramento dei fiumi conduce alla perdita di molte specie acquatiche e vegetali che non trovano più un habitat adatto, ragione principale per la quale un terzo delle specie di pesci d’acqua dolce è ormai estinto. I bacini distruggono le vie migratorie degli animali e introducono malattie portate da vettori come la malaria. Dal punto di vista del territorio sono però i fenomeni di sedimentazione e salinizzazione delle acque alla foce a provocare i disastri più seri. Pochi sanno che alcuni dei principali fiumi del mondo, come l’Indo, il Nilo e il Colorado, non raggiungono addirittura più il mare. Ma non si tratta solo di casi isolati nel sud del mondo. Anche in Italia buona parte dei fiumi sono sbarrati da dighe e cementificati.



LL’energia idroelettrica è economica?

L’energia idroelettrica è economica da produrre una volta che le dighe sono costruite, ma le dighe in sé sono altamente costose e il loro prezzo è solitamente molto più alto del previsto.

Durante il ventesimo secolo, circa 3000 miliardi di dollari sono stati spesi per le dighe, mentre l’energia prodotta non ha raggiunto le aspettative. In media, le dighe funzionano non oltre il 70% della loro capacità e anche le ricorrenti siccità prodotte dai cambiamenti climatici hanno un impatto sulla produzione di energia idroelettrica. 

e dighe riducono la fame?

Anche i benefici per l’agricoltura delle grandi dighe sono stati sopravvalutati. In genere, i bacini e la cattiva gestione dei canali distruggono vaste aree di terre fertili. Per fare un esempio famoso prendiamo la diga di Aswan High icona nazionale dell’Egitto di Nasser. Quest’opera aveva lo scopo principale di controllare le piene ed estendere l’irrigazione per sottrarre terra al deserto. Secondo alcune statistiche della FAO, si calcola che nel 1989 l’area irrigata aveva la stessa estensione del 1961 e che la fertilità dei suoli si era ridotta.

 

Inoltre, il limo nel Nilo non esiste più.

Le alternative ci sono

Oggi l’analisi degli impatti ambientali e dei cambiamenti nei sistemi socio-culturali correlati alle grandi dighe ha condotto all’identificazione di alternative globali, tra cui l’utilizzo di fonti energetiche su piccola scala, la promozione di politiche di gestione della domanda, l’adozione di politiche regionali di sviluppo centrante su riforma agraria e gestione delle acque, interventi di riconoscimento e tutela dei diritti.

La Commissione mondiale sulle dighe ha pubblicato nel novembre del 2000 un rapporto, le cui raccomandazioni prevedono che nessuna diga debba essere costruita d’ora in poi senza il consenso delle comunità indigene e tribali, senza una valutazione partecipativa delle alternative, ma soprattutto senza che prima vengano valutate e messe in atto misure per massimizzare l’efficienza dei sistemi idrici e di produzione di energia esistenti.